Gli spari contro i pescherecci italiani da parte delle motovedette di Misurata incendiano il Mediterraneo centrale. L’intervento della fregata Libeccio della Marina militare italiana ha risolto una situazione che rischiava di diventare ancora più difficile di quanto già non fosse. Ma l’episodio rischia di essere il sintomo di diversi problemi che l’Italia, fino a questo momento, ha evitato di affrontare. La situazione della Libia è un problema che a questo punto non può essere più rimandato. Ma muoversi in un campo così diviso e in cui Roma rischia di contare sempre di meno rischia di trasformare la risoluzione dei diversi problemi che riguardano il mare tra Italia e Libia in un pantano diplomatico e strategico che va a colpire diverse questioni.

I pescherecci sotto attacco

L’attacco da parte dei libici arriva due giorni dopo un altro tentativo di abbordaggio contro pescherecci italiani partito dalle coste della Cirenaica, quelle controllate da Khalifa Haftar. L’episodio era avvenuto a circa 40 miglia dalla città di Bengasi e aveva riportato alla memoria il sequestro dei marittimi terminato lo scorso dicembre dopo che in Cirenaica dovette recarsi direttamente il governo italiano, allora guidato da Giuseppe Conte. “Il comandante mi ha riferito che li hanno visti arrivare da lontano, mentre sparavano dei colpi in area con il mitra, poi uno dei militari è salito a bordo del nostro motopesca, danneggiando perfino il radar di bordo”, ha spiegato ad Agi Luciano Giacalone, armatore di una delle imbarcazioni coinvolte nell’azione degli uomini di Haftar. Azione terminata solo grazie all’intervento della fregata Alpino e con l’invio di un elicottero della Marina Militare.

In quell’occasione, uno dei pescherecci coinvolti era proprio l’Aliseo, che insieme alla Novo Cosimo e alla Artemide è stato coinvolto nell’attacco di oggi. Un tentativo di sequestro terminato intorno alle 18:40 con il rilascio delle tre motonavi che hanno fatto rotta verso Mazara del Vallo.

Gli episodi di questi giorni si inseriscono in ogni caso in una lunga storia di attacchi e sequestri che ha coinvolto la marineria italiana nelle acque libiche. Nel 2010, il peschereccio Ariete fu colpito da diversi colpi di mitragliatrice da una motovedetta libica, con tanto di scuse da parte di Tripoli per l'”errore”. Sempre quell’anno il peschereccio Daniela L. venne sequestrato perché accusato di operare in un’area sotto esclusivo controllo di Tripoli. Stessa sorte toccò qualche mese dopo al peschereccio Twentytwo, sempre di Mazara del Vallo. Il 17 aprile del 2015 fu la volta dell’attacco contro l’Airone, avvenuto a 40 miglia da Misurata, e che fu liberato grazie a un intervento della Marina italiana. E sempre da Misurata partì la spedizione della motovedetta libica per dirottare il Tramontana, sequestrato nel Golfo della Sirte. L’ultimo grave episodio fu poi appunto quello dei marittimi sequestrati per 108 giorni dalle forze della Cirenaica. Gli equipaggi della Antartide e della Medinea furono liberati solo dopo che Conte e Luigi Di Maio si recarono a Bengasi, alla corte del maresciallo dell’Est.

Cosa avviene al largo della Libia

Ma cosa succede a largo della Libia? L’ammiraglio Fabio Caffio, tra i massimi esperti di diritto marittimo, ci spiega quali sono le rivendicazioni dei libici e come giustificano questi interventi. “L’episodio sarebbe accaduto a circa 35 miglia dalle coste libiche tra Tripoli e Misurata, all’interno della Zona riservata di pesca istituita dalla Libia nel 2005, con estensione di 62 miglia al di là delle acque territoriali di 12 miglia” ci spiega l’ammiraglio. “Si riaccenderanno sicuramente le polemiche – come per il passato – tra chi ritiene che il tentativo di sequestro sia stato illegittimo perché avvenuto in una zona di giurisdizione libica non internazionalmente riconosciuta, e chi invece considera che sia illegittima proprio la pesca nelle zone rivendicate dalla Libia, tranne che vi sia il consenso dello Stato costiero”.

Ma le rivendicazioni della Libia hanno una base giuridica reale? “Quest’ultima tesi è supportata anche dal fatto che la Libia ha dichiarato nel 2009 una Zona economica esclusiva estesa ‘sino ai limiti consentiti dal diritto internazionale’, la quale ingloba la Zpp di estensione più limitata. Proprio per questo la stessa Zpp, come è stato autorevolmente osservato, ricade al di sotto della linea mediana con Malta e l’Italia e quindi non si presta a contestazione, sia che si consideri la retta che chiude il Golfo della Sirte, sia che non se ne tenga conto”.

C’è poi un altro punto su cui l’ammiraglio si sofferma, e cioè che l’Italia è perfettamente consapevole di questa situazione, tanto che ha ripetutamente fatto intendere ai pescatori di Mazara e della altre marinerie coinvolte in quelle rotte che è meglio evitare avvicinamenti in quelle zone. “Le nostre Autorità hanno definito la ZPP libica ‘ad alto rischio’ mettendo in guardia i connazionali dal praticarvi la pesca; una lettera in questo senso è stata addirittura inviata, lo scorso 17 aprile, dall’Unità di crisi della Farnesina al Sindaco di Mazara. Da ricordare, inoltre, come Il premier Conte, in occasione della liberazione da parte di Bengasi lo scorso gennaio dei nostri pescatori, si fosse impegnato ad evitare altri sconfinamenti”.

Le alternative a questo punto sono due. È chiaro che l’Italia è parte lesa dal punto di vista dell’immagine. I nostri pescatori sono costretti a operare in un tratto di mare limitato e col rischio di abbordaggi, sequestri o anche di subire attacchi con armi da fuoco. Ma d’altro canto è anche vero che l’Italia, certificando che quell’area è ad alto rischio e promettendo di evitare sconfinamenti, di fatto già riconosce alcune pretese di Tripoli nonostante le azioni delle motovedette libiche. “A questo fine, l’Italia potrebbe attuare un parziale riconoscimento della pretesa libica concordando un confine provvisorio” ci spiega Caffio. “Alla definizione di un tale limite dovrebbe accompagnarsi il riconoscimento da parte libica dell’attività tradizionale di pescatori italiani nelle loro acque costiere”. Altrimenti, continua l’ammiraglio, “se l’Italia ritiene che la pretesa libica sia illegittima, si dovrebbe sollevare un contenzioso con la controparte deferendone eventualmente la soluzione ad una corte internazionale. In definitiva, per difendere la vita dei nostri pescatori nonché i diritti e gli interessi italiani, non ha senso inasprire un confronto tra unità della Marina e motovedette libiche: l’unica soluzione è commerciale e diplomatica”.

La questione politica

La tragedia sfiorata al largo di Misurata, con la Marina libica che parla di “colpi di avvertimento in aria” quando invece i pescherecci italiani sono stati colpiti ad altezza uomo (come confermato dal lieve ferimento del comandante dell’Aliseo), segna in ogni caso un inasprimento dei rapporti tra Italia e Libia e il rischio che tutto questo conduca a una piccola ma complessa escalation diplomatica.

Gli avvisi rivolti nei confronti degli equipaggi italiani servono soprattutto a evitare di inasprire la tensione con le diverse fazioni libiche in un momento in cui la transizione del Paese nordafricano rischia di vedere altri attori internazionali prendere il sopravvento. Ed è chiaro che evitare incidenti diplomatici come questo serva anche a escludere che l’Italia subisca effetti negativi anche dal punto di vista strategico. Molti si aspetterebbero azioni di forza da parte italiana come monito nei confronti dei libici, ma il pericolo di accendere una reazione a catena fa sì che si tenda a evitare operazioni di questo genere.

Con la Cirenaica in mano a russi, egiziani ed emiratini e con la Tripolitania in cui i turchi e i mercenari hanno il pieno controllo della situazione, il rischio di colpire le relazioni tra Italia e le varie fazioni libiche è molto alto. Lo dimostra il fatto che con Misurata l’Italia ha sempre avuto ottimi rapporti, mentre adesso le sue motovedette hanno tentato di abbordare i pescherecci di Mazara del Vallo. Questo episodio è quindi un campanello d’allarme che si unisce a altri segnali arrivati in questi giorni proprio sul fronte di Tripoli, e che vedono Ankara impegnata a rinsaldare sempre di più i legami con la parte occidentale della Libia a scapito (inevitabilmente) dell’Italia. Misurata, che prima era considerata nostro avamposto, ora è saldamente in mano alla Turchia. Mentre a oriente, nell’area della Cirenaica, Roma appare distante in attesa della piena attivazione del consolato di Bengasi: un tassello necessario ma che potrebbe non bastare.

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