Il governo di coalizione spagnolo guidato da Pedro Sanchez traballa dopo che il suo Partito Socialista (Psoe) ha dovuto incassare lo strappo del centro-destra catalano di Junts per Catalunya, guidato dall’ex presidente della Generalitat Charles Puigdemont e tra gli alleati-chiave per puntellare la frastagliata coalizione di stampo progressista estesa alla sinistra di Sumar e agli autonomisti di Barcellona e dei Paesi Baschi.
La rottura tra Sanchez e Puigdemont
Pedro Sanchez e il politico catalano, entrato nella coalizione per incassare il via libera all’amnistia per il referendum secessionista di otto anni fa, hanno visto la rottura consumarsi dopo che il direttivo di Junts, riunitosi a Perpignan (nella Francia meridionale), ha decretato la volontà di passare all’opposizione al presidente del governo a seguito della dichiarata “rottura degli accordi” da parte del premier.
Sanchez ha fatto flop sulla proposta di portare il catalano, assieme a basco e galiziano, nelle lingue ufficiali dell’Unione Europea, poco convintamente sostenuta e che non ha trovato agganci a Bruxelles, ed è accusato da Puigdemont di non voler delegare le competenze sulla gestione dell’immigrazione a Barcellona oltre, cosa più importante, di non aver ancora concretizzato l’amnistia all’ex presidente della Regione autonoma, che da quasi otto anni vive in esilio a Waterloo, in Belgio.
“Resta da vedere la vera portata della decisione di Junts di rompere il patto di investitura, poiché negli ultimi mesi il partito di Puigdemont ha già preso notevolmente le distanze dal governo e ha respinto misure di punta come la riduzione dell’orario di lavoro”, nota El Pais, che aggiunge come “diversi leader del partito, tra cui lo stesso Puigdemont, hanno lanciato avvertimenti al PSOE dalla fine dell’estate scorsa“.
Anche il segretario generale del partito, Jordi Turull, che ne gestisce l’operato mentre Puigdemont aspetta l’amnistia ufficiale come via per formalizzare il ritorno in patria dall’auto-esilio che si è imposto, ha escluso ogni ricomposizione della frattura. Junts ha 7 deputati su 350, sufficienti a far passare a governo di minoranza l’esecutivo di Sanchez, che ne somma 179 nella maggioranza.
La fine di Sanchez deve ancora arrivare
Capolinea per Sanchez dunque? Non ancora. Perlomeno, non definitivamente. Il processo politico per un ritorno alle urne è complesso. Sanchez potrebbe chiedere lo scioglimento del Parlamento, come ha fatto nel 2023 per andare al voto anticipato per le elezioni che lo hanno confermato al potere con l’ampia coalizione, oppure si potrebbero verificare due scenari. Il primo è quello di un Vietnam politico, con Junts pronta ad alzare la posta su ogni dossier in cambio di voti decisivi per far passare leggi, e dunque di sfibranti negoziazioni volte ad accelerare i dossier d’attenzione di Puigdemont.
Il secondo è, invece, quello di una mozione di sfiducia costruttiva. Sanchez così prese il potere nel 2018, rovesciando il popolare Mariano Rajoy: in Spagna il voto di sfiducia è possibile solo se un premier alternativo si presenta per sfidare il presidente del governo in carica, sostenuto da almeno un decimo delle Cortes. In caso di sfiducia costruttiva, avviene l’avvicendamento al governo.
Sulla carta, senza Junts il Psoe e gli alleati non avrebbero i numeri per fermare un voto di questo tipo, il cui successo presupporrebbe però un allineamento di Junts al Partito Popolare e, soprattutto, agli ultranazionalisti di Vox, decisamente critici con El Proceso, la ricomposizione della frattura catalana portata avanti dal governo Sanchez.
I guai del partito di Puigdemont in Catalogna
Scartata quest’ultima ipotesi, dunque, resta l’idea del confronto serrato sul piano politico interno, che per Junts ha due piani. Da un lato, la possibilità di esercitare influenza sulla Moncloa. Dall’altro, quella di poter recuperare terreno in Catalogna. Alleati fino a poco tempo fa nella capitale, socialisti e indipendentisti non lo sono a Barcellona, dove il Partito Socialista Catalano guida dall’agosto 2024 un governo di minoranza monocolore con a capo l’ex ministro della Sanità Salvador Illa, appoggiato dalla Sinistra Radicale di Catalogna (Erc) e da Sumar, mentre Junts è la prima forza d’opposizione.
L’appoggio a Sanchez è costato elettoralmente molto a Puigdemont: nel 2024 le elezioni locali videro i socialisti vincere col 27% e Junts arrivare seconda col 21%. Oggi i sondaggi danno i primi al 25% contro il 13% della formazione localista nel suo stesso territorio. Anche da questo dato nasce il distacco, che può avere effetti imprevedibili sulla tenuta di un esecutivo che ha guidato la Spagna ai tassi di crescita record in Europa e a posizioni molto eterodosse sul sistema internazionale. Ma che ha le sue grane maggiori su un terreno locale. Dato di fatto difficile da invertire quando la coalizione-Arlecchino che sostiene un esecutivo è espressione di un Paese sempre più complesso e diviso come la Spagna odierna.
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