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Pedro Sanchez ha un nuovo obiettivo di governo: traslare la salma di Francisco Franco dalla Valle de los Caidos. La tomba del dittatore spagnolo torna quindi al centro del dibattito politico. Un problema irrisolto per una Spagna che, dopo tanti decenni, deve ancora fare i conti con il suo passato. Una passato di sangue in cui la Guerra Civile ha segnato definitivamente la coesistenza delle diverse anime del Paese.

La Spagna questa guerra non l’ha mai chiusa del tutto. E la sinistra, che da quella guerra ne uscì sconfitta, vive ogni giorno dal ritorno alla democrazia come un momento di vedetta per ripagare una sconfitta che pesa come un macigno sul Paese. La guerra non si è mai conclusa per chi l’ha persa. E il fatto che le destre l’abbiano vinta e che la democrazia sia risorta, così come la monarchia, con il placet di un dittatore come Franco, rende la Spagna ancora particolarmente debole e con divisioni e fratture difficili da ricomporre.

Per capire la Spagna di oggi si deve partire da questo assunto: la guerra non è mai finita. Trafitta al suo interno da ondate separatiste, movimenti anticlericali, conservatorismo e progressismo sfrenato, tutto si può ricondurre a una frattura nata negli anni Trenta e mai ricomposta, dove la dittatura franchista non ha fatto altro che cementare la divisione del Paese. La lotta per la secessione della Catalogna lo ha ricordato in maniera evidente: chiunque si opponga alla sua separazione da Madrid è accusato di fascismo prima ancora di essere spagnolo, come se le due cose non siano scindibili.

Il governo Sanchez rappresenta tutte quelle anime che la Guerra l’hanno persa e che ora, dopo decenni, sperano di chiudere definitivamente un capitolo di Storia che Madrid vuole prima di tutto dimenticare. Ma si può dimenticare realmente una pagina di storia che ha segnato, in maniera definitiva, un intero Paese?

Come spiega oggi il quotidiano spagnolo El Pais, liberarsi di un dittatore non è un’operazione semplice. Non solo perché le dittature hanno lasciato ovunque profonde tracce del loro passaggio nei Paesi che hanno governato, ma perché le “ferite morali” imposte dalla loro presa di potere e dalla loro caduta non possono essere cancellate né devono esserlo. Sono frutto della storia di un popolo. Ed è forse questo, ancora oggi, il vero problema che nessun Paese, Spagna in primis, ha voluto risolvere: fare i conti con il proprio passato.

Ma per farlo occorre innanzitutto la maturità di capire che il passato deve rimanere tale e che noi, come popolo, siamo anche quel passato che cerchiamo in qualsiasi modo di cancellare. Ed è un tema che oggi accomuna buona parte del mondo occidentale, impegnato da qualche anno in una terribile operazione di damnatio memoriae nei confronti della Storia, colpevole di essere stata troppo brutale o diversa rispetto ai canoni del mondo contemporaneo. Come se si potesse davvero utilizzare un parametro dell’uomo contemporaneo per valutare le azioni, le gesta o le personalità di uomini vissuti decenni o secoli prima di noi, quando tutto aveva un diverso significato.

La decisione di Sanchez sulla tomba di Franco ricorda quelle immagini che, qualche mese fa, arrivavano dagli Stati Uniti, dove i movimenti liberal e ultra progressisti passavano le strade del Paese per chiedere di abbattere le statue dei soldati e generali sudisti, uomini accusati di non essere degni di avere un ricordo nel presente dell’America liberale. Ma la storia va capita: non va eliminata.

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