Pedro Sanchez ha vinto di nuovo. L’onda lunga delle scorse elezioni generali di aprile non si è infranta. Il Psoe, infatti, si è confermato in vetta alle preferenze degli elettori iberici, raggiungendo il 28,9% dei consensi totali. Un dato che è perfettamente in linea con la performance fatta registrare un mese fa. C’era da aspettarselo: i cambiamenti politici, se avvengono, necessitano di tempistiche ben più lunghe, a meno d’improvvisi stravolgimenti.

Il leader Pedro Sanchez, rispetto ai suoi equivalenti continentali, rappresenta un’eccezione. Il socialismo europeo annaspa un po’ovunque, specie nelle nazioni ad alta densità abitativa, cedendo terreno importante agli ecologisti dei Verdi. Il caso della Spd tedesca è emblematico. Può essere segnalato anche quello francese di Jean Luc Mélenchon, che ha visto il suo fianco sinistro svuotato dalla causa ambientalista.

In Spagna, quello che è accaduto altrove, non ha attecchito. Anzi, il premier incaricato è riuscito nell’impresa di attrarre i consensi dei massimalisti. Basta guardare a un dato: quello di Barcellona, che suggerisce scenari attraverso cui a entrare nell’esecutivo, in fin dei conti, potrebbero davvero essere gli indipendentisti. A sgonfiarsi, dopo l’appuntamento del 26 maggio, sono stati Podemos e il populismo di sinistra. Pablo Iglesias, che rivendicava l’ingresso nel governo in via di formazione, pretendendo ministri e ministeri, si è fermato al di sotto del 13% e adesso, forse, dovrà rivedere le sue pretese.

Verificando come sono andate queste elezioni europee per l’altro lato del campo, vale la pena evidenziare il mancato sorpasso di Ciudadanos ai danni del Partito popolare, che era caldeggiato, ma che non si è verificato: 17.9 % a 16%, così come riportato dall’agenzia Agi. In ultimo, ma non per ultimo, la prestazione elettorale di Vox. I sovranisti spagnoli non sono andati bene come il Rassemblement Nationale di Marine Le Pen o come la Lega di Matteo Salvini. Quel 6.5% non sarebbe da buttare, se non consistesse nella metà del risultato conseguito il mese scorso: c’è stata un’evidente flessione verso il basso.

Per il Portogallo può essere fatto un discorso simile, con l’importante distinguo che, da quelle parti, le distinzioni riguardano tutte la sinistra. Il primo partito – come si apprende questa volta su LaPresse – è quello Pdi Antonio Costa, presidente del Consiglio in carica ed esponente gradito ad Emmanuel Macron come candidato alla presidenza della Commissione europea. Poi, dalla seconda piazza in poi, tante altre formazioni socialiste. Una curiosità: a Lisbona è stato eletto pure un europarlamentare del Partito animalista. Spagna e Portogallo, anche in questa circostanza, si confermano i garofani del Vecchio continente.