Il Tribunale Supremo di Madrid, il più alto organo giudiziario del sistema spagnolo, non fa sconti a Carles Puigdemont: l’ex presidente della Generalitat catalana, in fuga dalla Spagna dopo il fallito tentativo di referendum indipendentista del 2017, resta colpito da un ordine d’arresto. La legge di amnistia votata dal Parlamento spagnolo e promossa dal governo di Pedro Sanchez a cui il partito di Puigdemont, Junts x Catalunya, dà l’appoggio esterno, non si applica, secondo i vertici giudiziari di Spagna, alle accuse di appropriazione indebita di fondi pubblici legati al processo indipendentista su cui l’esecutivo socialista oggi vorrebbe mettere un definitivo colpo di spugna.
La camera di giudizio presieduta dal giudice Manuel Marchena ha decretato, ricorda El Mundo, che Puigdemont e gli ex consiglieri Antonio Comin e Lluis Puig hanno ottenuto “un vantaggio personale di carattere economico” dall’organizzazione del referendum, pagandolo di fatto con fondi della Generalitat e, nel farlo, “hanno appoggiato le loro spese all’Amministrazione autonoma, senza che l’iniziativa rispondesse alla soddisfazione di alcun interesse pubblico”.
Insomma, tutto il resto si può amnistiare secondo la legge approvata dalla maggioranza ma non l’appropriazione indebita di risorse pubbliche. Su cui Puigdemont, questo è il corollario, dovrà difendersi in un regolare processo. Una svolta politico-giudiziaria non secondaria quella emersa a Madrid che pone sotto i riflettori l’intera architettura su cui nel 2023 è nato il nuovo governo di Sanchez: un’alleanza tra socialisti, sinistra e autonomisti, volta a contenere l’asse tra il Partito Popolare e l’ultradestra di Vox, il cui punto decisivo era stato l’ingresso del centrodestra liberale catalano in cambio della concessione dell’amnistia ai ribelli del 2017.
Puigdemont ha accusato di atteggiamenti persecutori la corte scrivendo il gioco di parole “Toga Nostra”, un riferimento a “Cosa Nostra”, sul suo profilo X. Ma il rebus politico che si apre ora è da brividi.
Puigdemont si trovava in lotta sul fronte politico su più fronti. Aveva portato all’incasso con Sanchez il percorso della Ley de Amnistia e lottava per il riconoscimento del suo diritto al ritorno in patria. Al contempo, agognava la concessione della presidenza catalana al suo partito con un governo di minoranza chiedendo di far strada alla formazione di Sanchez, il Partito Socialista, la cui spinta per portare Salvador Illa, ex ministro della Sanità, al governo di Barcellona era sempre meno convinta. Ora rischia di venire meno il presupposto stesso della permanenza in coalizione del suo partito, ovvero la consapevolezza che Sanchez avrebbe aiutato i catalani a rompere l’impasse politico-legale nato nel 2017, un percorso auspicato anche dal re Filippo VI.
La Spagna e il governo Sanchez entrano dunque in una fase di grande incertezza istituzionale, con la politica che legifera e i tribunali che interpretano, la Costituzione del Paese e la legittimità della governance del suo motore economico, la Catalogna, soggette ancora al dilemma del riconoscimento dei fatti del 2017. E una faglia tra destra centralista e sinistra aperta agli autonomisti pronta a riaccendersi nei prossimi appuntamenti elettorali. Il sogno di amnistia catalano è stato il big bang che ha dato via al terzo governo Sanchez. Ora c’è il rischio che i freni giudiziari a tale sogno rallentino l’esecutivo. Si apriranno settimane di confronto al cardiopalma attorno a Puigdemont, al reale peso degli eventi del 2017 e a diverse questioni di principio su cui nessuno sembra disposto a cedere. Ma da oggi il percorso di Sanchez sembra più tortuoso.

