Sepp Blatter, subito dopo il mondiale del 2002 organizzato congiuntamente da Corea del Sud e Giappone, lo aveva detto: “Mai più affidare un mondiale a due Paesi contemporaneamente”. Fino a quando è rimasto al timone della Fifa, prima di passare il testimone al suo connazionale Gianni Infantino, lo svizzero è stato di parola: per Blatter, distribuire un mondiale in due Paesi significava andare incontro a tensioni politiche e incomprensioni logistiche. Infantino sembrava aver recepito questo consiglio, fino a quando però ha allargato il mondiale a 48 squadre. Il torneo in tal modo non è affatto organizzabile da un solo Paese, nel 2026 per la prima volta si è avuta quindi la kermesse “spalmata” addirittura su un intero continente e ospitata da ben tre Paesi (Usa, Messico e Canada). Nel 2030 si replicherà seguendo la stessa impostazione, ma dall’altra parte dell’Oceano: il mondiale sarà infatti organizzato da Spagna, Portogallo e Marocco, con un’introduzione in Sud America per omaggiare il centenario della prima competizione iridata.
I nodi politici sono già venuti al pettine: c’è infatti da decidere la sede della finale, la partita più prestigiosa e iconica della manifestazione e che da sola è in grado di orientare il “baricentro” dell’organizzazione. Nei giorni scorsi è nato un vero e proprio derby tra le due sponde delle Colonne d’Ercole: sia la Spagna che il Marocco rivendicano la finale e il braccio di ferro potrebbe tradursi anche in uno scontro politico.
Le parole (smentite) del numero uno del calcio marocchino
La querelle è partita ufficialmente lo scorso 10 settembre, quando in un’intervista Fouzi Lekjaa si è detto certo che la finale si giocherà nel costruendo stadio Hassan II a Casablanca. Quelle di Lekjaa non sono parole di second’ordine, né tanto meno da far passare in sordina: si tratta infatti del presidente della Federcalcio marocchina, il numero uno di quello che attualmente rappresenta il movimento più importante dell’intera Africa. Alla base delle sue dichiarazioni, ci sarebbe un via libera della Fifa accordato informalmente allo stesso Lekjaa e anche la convinzione di veder scelto lo stadio più grande del torneo del 2030 come sede della finale. L’Hassan II infatti, attualmente in costruzione, potrà ospitare oltre 115.000 posti a sedere e dunque la sua capienza sarà superiore a quella del Camp Nou di Barcellona e del Santiago Bernabeu di Madrid. Quest’ultimo è per la verità lo stadio a cui buona parte degli appassionati guarda quale vera sede della finale, avendo già ospitato quella del 1982 (vinta dall’Italia di Bearzot) ed avendo inoltre la nomina di vero e proprio tempio del calcio internazionale.
Proprio da Madrid, non a caso, le repliche non si sono fatte attendere: “Non è ancora stata presa una decisione – ha dichiarato il presidente della Federcalcio spagnola, Rafael Louzan – non capiamo perché Lekjaa si sia lasciato andare in dichiarazioni del genere”. La Spagna rivendica da diversi anni il ruolo principale nella macchina organizzativa del torneo. Secondo i vertici del calcio locale, il Paese è già ben attrezzato a livello strutturale e logistico, le sue città ospitano alcune delle squadre più blasonate al mondo e la propria tradizione calcistica è tra le più consolidate a livello internazionale. Infine, circostanza che a Madrid non mancano certo di sottolineare, la Spagna arriverà al mondiale del 2030 da campione in carica.
In poche parole, la Federcalcio spagnola vuole giocare le sue carte e puntare su molti elementi per portare la finale al Bernabeu. Per il momento, Louzan non è il solo a smentire le parole del collega marocchino. Anche la Fifa, tramite alcuni funzionari sentiti da diverse testate iberiche, ha dichiarato l’assenza di ogni decisione definitiva. Non solo, lo stesso governo marocchino sembra non aver molto gradito la fuga in avanti di Lekjaa: così come riportato dalla Reuters, infatti, il premier del governo di Rabat, Aziz Akhannouch, ha criticato l’atteggiamento del numero uno della locale Federcalcio e ha assicurato che ogni decisione verrà presa di comune accordo con gli altri Paesi organizzatori.
Dopo Ceuta, un’altra grana nei rapporti tra Rabat e Madrid
Se il premier marocchino ha avvertito la necessità di gettare acqua sul fuoco, probabilmente, è perché né a Rabat e né a Madrid si vogliono ulteriori tensioni. A partire da fine luglio, i due Paesi sono già piuttosto esposti a livello diplomatico per via della crisi dei migranti di Ceuta. L’ingresso in massa di oltre 70.000 persone nell’exclave spagnola ha avviato una crisi umanitaria senza precedenti e ha ovviamente contribuito a surriscaldare i rapporti tra tra Spagna e Marocco. Rapporti che, a onor del vero, prima di luglio apparivano piuttosto solidi. E questo specialmente da quando Madrid ha dato ampio credito al piano marocchino per il Sahara Occidentale, circostanza che sembrava aver appianato per sempre i dissapori tra le due parti.
Forse è per questo che anche il governo spagnolo di Pedro Sanchez ha più volte discolpato le autorità marocchine dalla responsabilità per l’ondata migratoria, con il premier che da Madrid ha puntato il dito su altre vicende non connesse con il Marocco. Gli strascichi per gli eventi di fine luglio però ci sono ugualmente e appaiono comunque inevitabili. Vox, il partito dell’estrema destra spagnola, ha chiesto al premier Sanchez di cancellare ogni collaborazione per l’organizzazione del mondiale del 2030. Pressioni in tal senso sono arrivate da diverse associazioni e da alcuni amministratori locali di Ceuta e Melilla. Le parole del numero uno del calcio marocchino sulla finale, hanno quindi aperto un altro squarcio tra Spagna e Marocco. Squarcio che potrebbe portare la Fifa a gestire un derby tutto interno al comitato organizzatore del mondiale.
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