In Spagna fa discutere la nuova Ley de Vivienda. L’esecutivo di Pedro Sánchez vuole obbligare i palazzinari ad abbassare gli affitti e, al tempo stesso, intervenire contro il carovita abitativo delle città, stabilizzando i prezzi. I popolari hanno già annunciato battaglia: contestano la costituzionalità della norma e non la applicheranno nelle regioni che guidano. La mossa del governo è una concessione dei socialisti agli alleati di Podemos, indispensabili per il governo di minoranza uscito dalle urne del novembre del 2019. 

Il disegno di legge

La nuova legge non ha ancora cominciato l’iter parlamentare e sta concludendo una gestazione durata un anno in Consiglio dei ministri. È stata oggetto di trattative nella coalizione, lo dimostra il fatto che i suoi dettagli sono stati presentati con otto mesi di ritardo sulle aspettative. L’accordo tra socialisti e Podemos è stato chiuso solo martedì 5 ottobre. “Garantirà il diritto alla casa, soprattutto a chi è in difficoltà”, ha detto il ministro socialista Félix Bolaños, “rispetterà le autonomie regionali, aiuterà i giovani nel loro progetto di vita”. Ma come funzionerà?

Nel dettaglio, la legge si propone di intervenire sui prezzi degli affitti, per abbatterli nel caso dei “grandi proprietari” e calmierarli, mantenendoli stabili contro la speculazione, nel caso dei “piccoli proprietari”. Il discrimine tra queste due categorie di locatari non è ancora stato definito, nel testo si parlerà di persone fisiche e giuridiche, ma sarà decisivo il numero di proprietà: chi possiede più di dieci appartamenti verrà considerato un “grande proprietario”. La Moncloa ha previsto incentivi fiscali, sotto forma di crediti d’imposta, per agevolare gli sconti sul canone. 

Una bandiera di Podemos

La misura è un cavallo di battaglia del partner di governo più a sinistra, Unidas Podemos. Si applicherà, infatti, alle cosiddette “zone sollecitate” (tensionadas in spagnolo), dove l’abbassamento degli affitti risponderà a un indice di mercato che tenga conto dei prezzi medi. In un paese gelosissimo delle autonomie locali, a stabilire quali quartieri rientreranno in queste aree protette, però, non sarà il governo centrale. Spetterà a regioni e comuni. Una biforcazione che potrebbe innescare conflitti in futuro, in particolare quando le amministrazioni sono di diversi colori politici.

Tra le altre richieste del partito di Yolanda Díaz, c’è l’innalzamento al 30% della quota di edilizia protetta, metà della quale da destinare a finalità sociali, nelle nuove costruzioni. Verrà introdotta una maggiorazione fino al 150% sulla tassa di proprietà (l’”Ibi”, equivalente alla nostra Imu) per le case sfitte o vuote. Di nuovo, saranno i comuni a decidere se far scattare l’aumento. Infine, si vieterà di vendere alloggi pubblici ai privati, per sventare alienazioni di massa come quelle avvenute a Madrid, dove l’esecutivo regionale in passato ha ceduto tremila abitazioni alla Goldman Sachs e 1.860 al fondo di investimento Blackstone. Questa “tutela permanente” durerà trent’anni. 

La sollevazione del PP

Contro i piani del governo è insorta l’opposizione del Partido Popular. Il presidente Pablo Casado ha annunciato un ricorso di incostituzionalità. Si tratta del secondo esposto alla Corte costituzionale da parte dei popolari, che hanno impugnato anche una legge analoga della Catalogna. In quel caso, è una nota di colore ma anche politica, avevano assunto come legale Albert Rivera, ex leader di Ciudadanos e quindi ex concorrente nel centrodestra. 

L’ostruzionismo legale anticipa quello in aula, ma permetterà da subito al PP di intestarsi il merito di aver congelato l’applicazione della normativa, almeno dove è al potere. “Un governo che parla di co-governance spinge una legge senza consultare le comunità locali”, è la stroncatura del presidente andaluso Juanma Moreno. Sempre in quota popolare, si oppongono anche i governatori di Castilla y León e Galizia. “È una legge di espropri”, ha detto Fernando López Miras della Murcia. 

L’alternativa di Madrid, il precedente di Barcellona

Il PP, che nei sondaggi ha staccato in primavera il PSOE di un punto percentuale, non si limita a contestare la Ley de Vivienda, ma propone soluzioni alternative. L’esempio è il caso della comunità autonoma di Madrid, conquistata nel 2019 da Isabel Díaz Ayuso, astro nascente dei popolari. Puerta del Sol (nome del governo madrileno) varerà detrazioni per chi dà alloggio ai giovani e ridurrà ulteriormente le tasse, già calate di 112 milioni di euro negli ultimi due anni. Anche Díaz Ayuso ha promesso di opporsi in tribunale a una norma che, a suo avviso, «colpisce il diritto di proprietà e la concorrenza diretta». 

La nuova legge è, invece, meno severa del regolamento adottato in Catalogna un anno fa. Nella versione di Barcellona, città dove vive in affitto il 40% degli abitanti, infatti non c’è distinzione tra “grandi” e “piccoli” proprietari. Contro questa stretta si era unito al ricorso dei popolari il governo nazionale di centrosinistra. Ora la Generalitat potrebbe vendicarsi: se la misura invaderà le competenze catalane, ha promesso la ministra Violant Cervera, sarà Barcellona ad appellarsi alla Corte costituzionale. In questi giorni, il tema immobiliare è centrale nel dibattito pubblico spagnolo: su un’altra scala, stanno facendo rumore le rivelazioni dei Pandora Papers sulle abitazioni di lusso acquistate da ricchi iberici tramite opache società straniere.