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Politica

Spagna, l’accordo (segreto) tra Sanchez e Iglesias

Quasi come se non si fosse votato per l’ennesima volta: la parabola disegnata da Pedro Sanchez e da Pablo Iglesias per la formazione del nuovo esecutivo spagnolo è quella che non aveva trovato compimento nello scorso mandato, ma che ora...
Pedro Sanchez (LaPresse)

Quasi come se non si fosse votato per l’ennesima volta: la parabola disegnata da Pedro Sanchez e da Pablo Iglesias per la formazione del nuovo esecutivo spagnolo è quella che non aveva trovato compimento nello scorso mandato, ma che ora può divenire realtà. Adesso, infatti, la quadra tra le due formazioni politiche sembra essere stata trovata. I socialisti e i populisti di sinistra possono dare vita ad un governo di coalizione. Quello che era saltato qualche mese fa per via di una specifica mancata disponibilità dell’ex premier incaricato: Podemos avrebbe voluto qualche ministero; Pedro Sanchez aveva posto il veto. Ma le urne hanno deliberato sulla necessità di un’apertura. Altrimenti sarebbe stato ancora caos parlamentare.

L’indiscrezione è arrivata qualche ora fa attraverso il quotidiano La Vanguardia: è già possibile annoverare alcuni ambiti tematici sui quali il futuro governo di centrosinistra ha intenzione d’intervenire, ma il pre-accordo, quello che è già stato stipulato tra i due leader, prevede pure che a Pablo Iglesias possa toccare la carica di vicepresidente del Consiglio. Quest’ultima, con ogni probabilità, è la concessione che ha permesso all’impasse di venire meno, dopo trattative che sono passate mediante più di un solo appuntamento elettorale. Vedremo se nel governo ci sarà spazio per altri esponenti di Podemos.

C’è una certa curiosità attorno alla natura del summit, che è stato definito “segreto”. Sanchez e Iglesias, da quel che si è capito, hanno evitato che le luci dei riflettori si accendessero su di loro nel corso della serata di lunedì, quando hanno avuto modo di parlarsi. La piattaforma programmatica individuata, stando sempre a quanto riportato dal quotidiano citato, è quella pronosticabile sin da principio: si va dall’ecologia, ai diritti individuali, passando dal femminismo e dagli interventi di marca statalista. Un governo di sinistra reale, dunque, che si appresta a ricalcare quanto avvenuto nel Belpaese con l’unione dei giallorossi: anche in quel caso una forza istituzionale e una forza almeno nominalmente anti-sistema hanno optato con lo scendere a patti pur di dare vita a un esecutivo. E magari non subire un contraccolpo in termini di voti.

Attenzione però a dare tutto per fatto: nel recente passato è già stato dimostrato come i patti possano saltare per logiche del tutto estemporanee. Il premier in pectore Pedro Sanchez, a dire il vero, ha anche un’altra strada davanti a sè: un governo istituzionale che possa contare sull’ausilio delle forze centriste e del sostegno diretto del centrodestra. Ma questa strada sembra essere stata scartata sin dall’emersione dei risultati di domenica scorsa. Il fatto che stia per nascere un esecutivo di questo tipo, poi, può provocare degli effetti dall’altra parte della barricata: i popolari di Pablo Casado, Vox e Ciudadanos saranno in qualche modo costretti a fare opposizione in maniera meno frastagliata possibile.

Per quanto lo scacchiere partitico spagnolo non si declini per mezzo delle nostre categorie politologiche, il sorgere di una coalizione di centrodestra può essere un effetto diretto della costituzione di un esecutivo targato socialismo massimalista. Ma bisogna che il veto su Santiago Abascal, che è reduce da un record elettorale e che può rivendicare la funzione di leader, e sul suo partito cada una volta per tutte.





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