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Da una parte la nave Diciotti della Guardia Costiera italiana e lo stallo su cosa fare dei migranti a bordo. Dall’altra parte l’espulsione da Ceuta dei 116 migranti che hanno assaltato le frontiere spagnole con il pugno duro di Pedro Sanchez e del governo di Spagna. Una differenza di immagini che ha fatto porre degli interrogativi. Uno su tutti: perché la Spagna può rimandare in Marocco chi arriva clandestinamente nel Paese mentre l’Italia non può fare lo stesso con chi arriva sulle nostre coste?

L’accordo del 1992

La ragione è semplice: c’è un accordo fra Marocco e Spagna. Un patto siglato nel 1992 dal governo socialista di Felipe Gonzalez e il regno di Marocco e che oggi Sanchez ha rispolverato per tamponare l’emergenza migratoria nelle enclave marocchine di Ceuta e Melilla. 

L’accordo del 1992, firmato dagli allora ministri dell’Interno dei due Paesi, Jose Luis Corcuera e Driss Basri, contempla l’espulsione in meno di 10 giorni per i cittadini di Paesi terzi che entrano illegalmente in Spagna dal Marocco. Un accordo utilissimo, ma che per ragioni politiche non è mai stato applicato dal governo di Madrid se non in casi eccezionali, tanto è vero, che come ricorda El Pais, “nei suoi primi 13 anni di vita l’accordo è servito a espellere solo 114 migranti”.

Nel 2006, il governo di José Luis Rodríguez Zapatero, anche in quel caso socialista, cercò di riattivarlo, ma senza successo. E stessa cosa avvenne con il governo di centrodestra di Mariano Rajoy. Negli ultimi anni è stato applicato solo dopo episodi molto violenti e comunque per un numero di immigrati assolutamente inferiore rispetto a quanti avevano effettivamente varcato illegalmente la frontiera spagnola.

Le cose sono cambiate in queste ultime settimane. Nonostante il cambio di governo, che è passato dalla destra del Partido Popular a una maggioranza di sinistra composta da Partito socialista, Podemos e sigle indipendentiste, Pedro Sanchez ha comunque confermato la linea dura di Madrid nei confronti dell’immigrazione clandestina. Non una novità per la Spagna: la sinistra non è mai stata “buonista” sul controllo delle frontiere a Ceuta e Melilla. E prova ne è, come visto, la storia del cosiddetto “accordo Corcuera”.

Perché Sanchez ha rispolverato l’accordo

La Spagna è sempre stata restia ad applicare pienamente l’accordo così come il Marocco non ha ovviamente mai avuto interesse a renderlo operativo in pianta stabile. I due Paesi hanno sempre mantenuto dei rapporti in cui l’arrivo dei clandestini a Ceuta, Melilla o nelle coste andaluse era un oggetto di scambio, con Rabat che ha usato il rubinetto dell’immigrazione come una vera e propria arma di ricatto. E se la Spagna non voleva esacerbare i rapporti con il vicino marocchino, dall’altro lato il Marocco non aveva alcun interesse a tenere nel proprio territorio persone di altri Paesi.

Le cose sono cambiate quest’estate con il boom di arrivi tra le enclave spagnole in territorio marocchino e tutta la costa meridionale di Spagna. Sono migliaia le persone giunte in Spagna dal Marocco nel 2018 e la contemporanea linea dura dell’Italia unita allo spostamento delle rotte migratorie verso Ovest, ha comportato un aumento esponenziale dei flussi sul lato occidentale del Nordafrica.

[Best_Wordpress_Gallery id=”1162″ gal_title=”Migranti arrivano a Ceuta (agosto 2018)”]

Sanchez fa parte di un governo in cui la maggioranza non ha mai negato una linea accogliente. Basti pensare alle manifestazioni contro il governo Rajoy che si rifiutava di accogliere i rifugiati spartiti in base agli accordi europei. Ma anche il nuovo primo ministro ha capito che il problema può diventare esplosivo, soprattutto avendo una maggioranza che non ha vinto le elezioni ma che ha rovesciato, in via costituzionale, il governo di centrodestra.

Fino a quando gli arrivi erano circoscritti, l’accordo poteva anche non essere utilizzato. Ma con l’assalto di centinaia di migranti contro le frontiere, il problema stava assumendo caratteristiche pericolose. Quando il 26 luglio, 600 persone hanno assaltato i recinti di Ceuta, il governo Sanchez ha capito che bisognava dare una svolta. Anche perché gli assalti si sono fatti violenti, pericolosi per la Guardia Civil, e si è capito che dietro non c’è solo la disperazione ma un vero e proprio ordine criminale.

Perché l’Italia ha le mani legate

Tornando alla domanda chiave, il problema italiano è che la Spagna ha due assi nella manica: l’accordo con il Marocco e la violenza degli assalti a Ceuta. Queste due carte, unite a una storica politica di respingimenti, rendono il gioco di Madrid estremamente più facile di quello del governo italiano.

L’Italia non ha subito un assalto al confine, ma ha preso queste persone dal mare. Questo cambia radicalmente anche l’approccio giuridico: Sanchez può fare appello alla violenza dei migranti, mentre l’Italia ne fa una questione politica. E la furbizia spagnola è stata appunto quella di spostare l’attenzione sul profilo della minaccia, non su quello del respingimento dei migranti. Dopo un attacco contro la polizia fatto con lanci di pietre, bastoni escrementi e calce viva, era chiaro che Madrid non avrebbe potuto fare altro che espellerli.

Così, quando da Rabat hanno detto di non voler rispettare quell’accordo del 1992, i due ministri incaricati, Josep Borrell e Fernando Grande-Marlaska, hanno fatto leva  non solo sull’esistenza di un patto, ma anche sull’arrivo in massa e violento di questi gruppi. Grazie a queste garanzie legali, la polizia spagnola ha individuato i clandestini, li ha registrati, li ha divisi in gruppi di dieci e i li ha riportati oltre confine: tutto a spese del governo di Madrid.

E infatti, le fonti del team di Grande-Marlaska hanno già detto al quotidiano spagnolo che “legalmente, la loro situazione è molto diversa da quelle salvate in mare“. Qui non c’è un accordo sul salvataggio o sul primo porto sicuro: è un problema di ordine pubblico.

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