Dall’acampada di Puerta del Sol allo sciopero generale: la Spagna in lotta per la casa

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«Voglio che quello che è successo a me non accada ad altre persone, che la gente lotti, che vengano cambiate le leggi ingiuste che hanno reso possibile il mio sfratto». Sono le parole pronunciate giorni fa da Maricarmen Abascal, l’anziana donna diventata il simbolo della lotta per il diritto alla casa in Spagna e la cui vicenda ha innescato mobilitazioni di massa nel paese, culminate con la acampada a Puerta del Sol. Il governo di Pedro Sánchez — già messo a dura prova dalla crisi migratoria di Ceuta — ha dovuto fronteggiare non solo l’ondata di proteste incentrate sul tema delle politiche abitative, ma anche una fase di profondo travaglio politico, persino all’interno della sua stessa maggioranza. Fino alla stesura di due decreti in seno al Consiglio dei ministri, clamorosamente respinti nella sessione plenaria straordinaria del Congresso tenutasi lo scorso 2 ottobre.

Dalla piazza al Congresso: la Spagna e i decreti sulla casa bocciati

«Ni una Maricarmen más» è stato il grido di battaglia che si è levato dal cuore di Madrid nei giorni successivi allo sfratto della donna di 87 anni, cacciata dalla sua casa nel quartiere del Retiro, dopo una lunga controversia giudiziaria con Urbagestión, una cosiddetta “pyme buitre” (PMI avvoltoio). Lo scorso 26 settembre, una manifestazione convocata dal Sindicato de Inquilinas di Madrid ha portato in piazza oltre 200 mila persone, secondo gli organizzatori. Al termine del corteo è stato piantato un accampamento permanente a Puerta del Sol — che in molti hanno paragonato al 15-M, il movimento popolare originatosi in seguito alla crisi del 2008, da cui nacque la formazione politica Podemos — e le proteste si sono estese a oltre 40 città spagnole.

La pressione delle piazze ha spinto il governo a lavorare su una serie di misura riguardanti il diritto alla casa. Il 29 settembre il Consiglio dei Ministri ha approvato lo spacchettamento dei provvedimenti in due decreti-legge distinti. Il primo avrebbe prolungato fino al 2030 lo scudo anti-sfratto; posto dei limiti agli acquisti dei fondi speculativi; introdotto agevolazioni fiscali per gli inquilini e, al verificarsi di alcune condizioni, anche per i proprietari di immobili; portato al 10% l’IVA sugli appartamenti turistici; previsto due anni di proroga automatica per gli affitti in scadenza entro il 2028.Il secondo conteneva la reale misura strutturale, ovvero il rinnovo automatico dei contratti di locazione a uso abitativo.

La sinistra radicale aveva bollato la scissione come una «trappola» per consentire alla destra di far saltare il rinnovo automatico dei contratti. Podemos ha votato comunque sì, per non offrire al governo un alibi per restare fermo, ha spiegato la segretaria Ione Belarra. Ma i voti non sono bastati: PP, Vox, PNV e Junts, contraria a sorpresa nonostante le concessioni ottenute, hanno affossato i decreti. «La storia li giudicherà», ha detto Sánchez. «Voi difendete i ricchi, non avete né bandiera né vergogna», ha attaccato il Ministro per i Diritti Sociali Pablo Bustinduy. «Ci ​​troviamo di fronte a un Parlamento che antepone la speculazione alla vita e, quel che è peggio, a un Parlamento che si sta irrimediabilmente allontanando dal suo popolo . C’è un abisso tra ciò che la società chiede e ciò che il Congresso ha votato oggi», ha lamentato Alicia del Río, portavoce del Sindicato de Inquilinas.

I numeri della crisi e la radicalità delle piazze

Il caso Maricarmen ha segnato un punto di svolta per il movimento per la casa. Eldiario.es conta oltre 3.000 sfratti nel primo trimestre e più di 25 mila in un anno, quasi sempre per morosità. L’affitto medio è salito da 870 a 1.176 euro dal 2020 e assorbe metà dello stipendio; il prezzo medio d’acquisto è passato da 175.000 a 292.000 euro per 100 metri quadrati. Sotto accusa anche i fondi d’investimento, definiti in accezione dispregiativa fondos buitre, ovvero avvoltoio: stando a Infobae i grandi proprietari possiedono oltre 110.000 case in affitto, il 5% del totale ma concentrate nelle città. In testa CaixaBank e Blackstone, con circa 41.400 immobili in affitto, secondo un rapporto di Civio. Una situazione diventata insostenibile per buona parte della popolazione e culminata, dunque, in una protesta senza precedenti.

«Ho vissuto in Spagna per 12 anni e sono stato nei movimenti per la casa per tanto tempo. Non avevo mai visto così tanta gente mobilitata e così tanta organizzazione: una struttura logistica montata in poche ore da un gruppo di persone molto giovani. Ma a colpire è anche la radicalità delle richieste: non si chiede una moratoria, si chiede la fine del sistema della rendita. La casa non può essere uno strumento di rendita». A parlare è Stefano Portelli, ricercatore presso il Dipartimento di Sociologia e Scienza Politica della UNED Madrid, membro del Grupo de Estudios Críticos Urbanos della stessa istituzione e componente dell’Assemblea di Autodifesa abitativa di Roma. Lo studioso ha seguito da vicino le manifestazioni dei giorni scorsi — era nella capitale spagnola per l’incontro della European Action Coalition, una rete di sindacati inquilini di tutto il continente — e racconta come lo slogan dei manifestanti fosse «abbasso il sistema della rendita», ma anche il motto antifranchista della guerra civile, «Madrid sarà la tomba del fascismo», trasformato in «Madrid sarà la tomba della rendita».

Per Portelli, in base ai trattati internazionali sui diritti economici, sociali e culturali firmati anche da Spagna e Italia, il diritto alla casa viene prima della possibilità di fare profitti. La sua tesi: «A essere radicale non sono le richieste dei movimenti. A essere radicale è la legge. Quello che è illegale è il sistema della rendita, degli affitti, della svendita delle città, dei fondi immobiliari e dei grandi proprietari, che impedisce di fatto di vivere». E di accedere, dunque, a salute e istruzione, per centinaia di migliaia di persone. E in Italia? «Sicuramente nascerà una mobilitazione. Si tratta di vedere se non nascerà troppo tardi». Secondo il ricercatore, in Italia i fondi non sono ancora penetrati del tutto nel residenziale, ma stanno entrando attraverso le dismissioni del patrimonio degli enti previdenziali e i debiti. «Ci destinano alla stessa strada della Spagna: abbiamo solo qualche anno in più di tempo». «Non ci manca il repertorio di lotta, ci manca la struttura organizzativa». Il Sindicato de Inquilinas di Madrid è nato nel 2017: «In nove anni sono riusciti a influenzare le politiche governative».  

La piazza guarda allo sciopero generale

Come ricorda il quotidiano Publico, il rifiuto parlamentare dei decreti sulla casa elimina importanti tutele per milioni di persone. La bocciatura lascia la cittadinanza senza un reale scudo contro i rincari degli affitti e gli sfratti, generando enormi costi aggiuntivi per le famiglie e alimentando un forte malcontento sociale. 

A mettere in luce il lascito probabilmente più importante di questa ondata di mobilitazioni nel paese è stato l’ex vicepresidente del governo spagnolo Pablo Iglesias, il quale ha scritto: «In Spagna la strada è tornata a pesare politicamente, andando oltre il perimetro delle organizzazioni sociali. Come già accaduto con il 15M, le piazze hanno riportato il dibattito sulla casa, anche nella sua dimensione ideologica, al centro dell’agenda politica e ridato slancio alla mobilitazione della sinistra». 

Le manifestazioni, dunque, non si fermano. Si va verso lo sciopero generale — invocato dal Sindicato de Inquilinas — che, secondo un sondaggio pubblicato da eldiario.es, il 73% degli spagnoli e oltre il 60% degli elettori di PP e Vox vedono di buon occhio.

Fonti