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Sovranismo e populismo sono due dei termini più utilizzati negli ultimi tempi per indicare i fenomeni politici di “rottura” rispetto ai partiti tradizionali. Le etichette non sono mai un dato positivo, specialmente se vengono utilizzate con superficialità, per bollare un partito avversario e non per criticarlo in maniera approfondita e punto per punto. Ma le parole pesano. E questa nuova terminologia va studiata, capita e anche osservata nella sua evoluzione. Perché anche da questo si comprendere la direzione intrapresa dall’Europa e, in generale, da chi si contrappone a certe spinte che dal ventre del Vecchio Continente cercano di spazzare via i partiti tradizionali.

Spesso uniti fra loro, come se fosse impossibile scindere fra le due parole, in realtà negli ultimi tempi i due concetti, sovranismo e populismo, non sono affatto da ritenere sovrapponibili. Certo, possono fondersi: specialmente quando di parla di populismo di destra. Ma non è detto che le due cose siano per forza identiche o equiparabili. E le dinamiche politiche europee, specialmente di questi ultimi mesi, dimostrano che c’è una differenza sostanziale fra queste definizioni. Tanto che è possibile anche osservare uno scontro fra ciò che è sovranismo e ciò che è populismo.

Partendo dalla stessa definizione dei due termini, ancora molto incerta, è possibile innanzitutto osservare che mentre il populismo, nella concezione comune, è il dare risposte facili a problemi molto complessi dirigendosi alla “pancia” dell’elettorato, il sovranismo è una cosa ben diversa, essendo la concretizzazione politica della tutela della propria identità, dei propri confini e delle prerogative dello Stato nazionale rispetto alla comunità internazionale. E già da questa distinzione è possibile capire che i due concetti non siano identici.

La dimostrazione più eloquente è arrivata in questi ultimi mesi grazie allo scontro fra sovranismi dell’Europa mediterranea e sovranismi dell’Europa settentrionale, con i secondi ad accusare di populismo i primi per aver chiesto maggiore libertà rispetto ai vincoli imposti dall’Unione europea. Mentre i primi, i sovranisti dell’Europa del Nord, sono apparsi da subito alfieri di un rispetto rigido delle regole europee in tema di fisco e bilancio dello Stato. Con il Nord che ha cercato da subito di dare del “populista” ai movimenti del Sud nel momento in cui le loro idee si scontravano con gli interessi dei popoli dell’Europa settentrionale.

Ecco quindi che nel corso del tempo, quello che è sembrato essere un binomio quasi inscindibile, cioè populismo e sovranismo, si è trasformata in qualcosa di molto più complesso. L’ascesa di una personalità come Sebastian Kurz in Austria, per esempio, ma anche dello stesso Horst Seehofer in Germania (in particolare in Baviera) avevano fatto capire che potesse esistere anche un sovranismo senza populismo. E in questo caso, il populismo è diventato una connotazione dispregiativa, un giudizio politico dato da chi decide cosa è giusto o sbagliato in questa Europa: l’Unione europea, in primis, ma anche tutto quel mondo culturale e politico che connota i propri avversari.

Perché a Bruxelles, come in larga parte dell’intellighenzia Ue, è stato chiaro che non si potesse contrastare in toto la crescente domanda di tutela dei confini o delle prerogative nazionali. Quindi serviva una distinzione fra i “populismi di destra” e quelli che invece rappresentavano effettivamente una novità totale nel rigido schema politico europeo. I primi sono iniziati a diventare tollerabili, perché in fondo tutti i governi, anche i più spiccatamente europeisti, hanno iniziato a blindare le frontiere, a regolare in maniera più ferrea l’immigrazione, a tutelare gli interessi nazionali rispetto a quelli dell’Ue.

E molti sovranisti non facevano altro che rappresentare l’ala più dura e radicale di una destra europea ancorata al sistema Ue. E che proprio per questo motivo, non potevano essere condannato all’essere populisti: soprattutto se poi rientravano nella grande casa del Partito popolare europeo, che rappresenta un’area enorme, che va dalla Cdu di Angela Merkel a Fidesz di Viktor Orban. 

Una scelta che è nata da una necessità: salvare il salvabile. L’Europa sta cambiando. E questo comporta anche un cambiamento degli schemi mentali con cui ci si approccia ad alcuni partiti che hanno rinnovato il panorama politico continentale. La destra “populista”, che era così definita per la lotta all’immigrazione clandestina, si è scoperto essere talmente radicata anche all’interno dei moderati. Ed è impossibile definirla tout-court “populista”. Tornando all’esempio di Vienna, Kurz non è un uomo di rottura, e lo ha dimostrato nella dura condanna all’Italia per la manovra economica.

Al contrario, l’etichetta di “populista” ora continua a colpire tutti quei partiti e movimenti che rappresentano effettivamente o risposte estremamente aleatorie ai problemi europei, oppure a quei partiti che non sono catalogabili nella destra e basta. Il populismo ora è rappresentato da chi vuole rompere con l’Unione europea, dai gilet gialli, dalle sinistra radicali così come dalle destre più critiche. Populismo è anche chi ha sostenuto la Brexit. E populismo è diventato tutto quanto contraddice non tanto l’Europa, quanto il sistema internazionale. Lo scontro fra sovranisti e populisti è iniziato.