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Il governo giallorosso segna il traguardo dei cento giorni con un’unica grande certezza: l’Italia, praticamente, non conta più nulla. Pd e Cinque Stelle continuano a descrivere fantomatiche vittorie in campo internazionale, ma in realtà quello che ne esce fuori è un quadro assolutamente demotivante, con un Paese che nei fatti è completamente trascinato dalla corrente. Non c’è dossier in cui il governo non abbia detto di aver ottenuto qualcosa: il problema è che questo qualcosa è solo un effetto delle politiche altrui e mai dovuto a una vera e propria presa di posizione. Che anzi, tendenzialmente o non arriva oppure è del tutto allineata a quelle altrui. Di chi governa realmente le crisi.

L’ultima dimostrazione arriva dalla Libia, dove l’Italia paventa una sorta di roadmap congiunta con Germania e Francia quando in realtà evidente che dalla conferenza di Berlino così come da tutto il processo di risoluzione della crisi libica l’Italia sia stata messa fuori gioco. Sono altre le potenze che decidono i destini della Libia. E non è un caso che Roma chiesa aiuto un po’ a tutti senza seguire una strategia precisa: Conte prova a bussare alla porta della Casa Bianca, Luigi di Maio al Cremlino. Poi lo stesso premier prova a chiedere consigli e sostegno (o condivisone) a Parigi o a Berlino. Infine, l’ultima carta, le Nazioni Unite, ormai diventata chiaramente la tomba di qualsiasi fenomeno internazionale. Il mini vertice di Bruxelles si è rivelato un fiasco. La triplice intesa tra Francia, Germania e Italia una sorta di contentino più per Roma che per altre cancellerie europee, che di fatto sanno perfettamente di contare molto più del nostro Paese, che in Libia, ormai dal 2011, è stato fatto fuori. In queste settimane poi è tutto ancora più evidente, visto che anche la Turchia ha strappato la nostra posizione di forza nel Paese nordafricano. E l’Italia, che non sa più cosa fare, di sicuro ha la certezza di contare sempre meno se non come stampella di altre potenze.

E purtroppo quest’immagine (alquanto triste) della strategia italiana non può che essere replicata anche in Europa. L’asse franco-tedesco, con tutte le divergenze che esistono tra Angela Merkel e Emmanuel Macron, continua a strappare posizioni di forza nel mercato unico europeo . E l’Unione europea, anche con la sua nuova “commissione Ursula”, è di fatto un’emanazione della potenza di Francia e Germania. Conte è passato dal guidare un governo che provava a sfidare le regole europee a un governo accondiscendente verso ogni diktat di Bruxelles e alleati. E lo dimostra anche il fatto che nonostante Francia e Germania stiano escludendo l’Italia da una larga parte di settori produttivi, dalle strategia europee e dagli accordi diplomatici e per la spartizione del potere, Conte resta perfettamente coerente con il suo nuovo corso europeista. Anche a costo di rinnegare se stesso e la sua prima esperienza di governo, quella giallo-verde e della sua avvocatura populista.

Una rassegnazione che si è palesata anche sul Meccanismo europeo di stabilità, il famigerato Mes, la cui riforma è stato un vaso di Pandora da cui si è sprigionato tutto ciò che è stata ed è la politica di questi ultimi mesi. Conte ha provato prima a nascondere il negoziato, poi ha detto che è stata un’operazione condivisa dal governo precedente, infine, una volta agitato lo spettro del tradimento, ha finto di battere i pungi in Europa con una modifica non alla riforma del Mes, ma alla dichiarazione finale dell’Eurosummit in cui di fatto non dice nulla se non che i lavori proseguiranno. Ma del resto, la “famiglia europea” – come l’ha definita Conte – non si può discutere. E i giallorossi di certo non si metteranno a ridiscutere gli accordi che cedono sovranità alle istituzioni europee. Il Partito democratico, che è sempre stato l’avamposto di Bruxelles e Parigi in Italia, non può che essere contenta di rappresentare la linea di continuità con l’establishment europeo e brinda a un (vis)Conte dimezzato che rende l’Italia uno Stato tra i più fedeli alle logiche franco-tedesche. E il Movimento 5 Stelle, un tempo incendiario, si è scoperto ben incline ad accogliere le riforme dell’Europa e la marginalizzazione del Paese pur di non perdere il posto di potere.

Scelte legittime: sia chiaro. Il problema è considerarle vittorie. Perché di certo tali non sono. L’Italia brinda alle presunte vittorie in Libia quando ormai è chiaro che non conta più nulla anche nel governo che ha sostenuto da sempre. Si felicita delle manovre europee quando è palese che tutto sia orientato verso una rigida ortodossia contraria agli interessi dei Paesi mediterranei. Esulta per un sostegno internazionale che è frutto quasi esclusivamente della mancanza di una strategia lineare. E non appena alza la voce – come avvenuto sulla Cina sia contro (per Hong Kong) che a favore (sul 5G) – viene rimessa in riga. Ma per adesso sembrano tutti contenti: lo dimostrano i sorrisi di Macron e Merkel. Lo dimostrano le pacche sulle spalle date dopo che gli altri hanno già deciso il destino del continente e del Mediterraneo.