Quando il conteggio dei giorni del sequestro sul calendario ha toccato quota 80, fonti diplomatiche scommettevano su una nuova mossa mediatica del generale Haftar: lui, che sa vieni attirare l’attenzione, potrebbe aver avuto in mente l’idea di gran lunga Switch to la liberazione dei 18 pescatori dei pescherecci italiani come un ” regalo di Natale “. E dunque l’ipotesi più accreditata era che da Bengasi giungessero ottime notizie a ridosso delle festività. Così è stato, ma con una profonda situazione ribaltata: è stato il governo italiano a presentare come regalo sotto l’albero la liberazione dei pescatori. Giuseppe Conte e Luigi Di Maio al giorno numero 108 di sequestro hanno lasciato Roma per volare a Bengasi e prendere in consegna i marinai.

La svolta

Sull’aereo che dalla capitale li ha trasferiti repentinamente verso il capoluogo della Cirenaica il premier e il ministro degli esteri forse per la prima volta, dopo diverso tempo, hanno potuto riposare. Nei palazzi romani i due hanno lasciato tumulti, crisi, incomprensioni, minacce di caduta del governo, beghe di ogni tipo. Persino Bengasi, nonostante le ferite inferte da anni di guerra e scontri tra le parti, potrebbe apparire più in pace di Roma ai loro occhi in questo momento. Di certo, la città che per più di tre mesi ha ospitato in uno stanzone del secondo piano della sede dell’amministrazione portuale i 18 marinai dei due pescherecci italiani darà ad entrambi la possibilità di apparire più sorridenti. Ancora non chiari i motivi ei momenti della svolta. Fino alle scorse ore da Bengasi hanno tenuto a far sapere che i pescatori sarebbero a breve andati a processo. Altro sgarbo contro l’Italia e altro sdegno all’interno dell’opinione pubblica del nostro Paese.

Ma si sa che in medio oriente, e soprattutto in Libia, nulla è scontato. Basta la frase giusta, la buona parola detta da una fonte amica nel momento più propizio, per portare al ribaltamento della scena. Con Haftar poi tutto è possibile. Il generale sa bene come far pesare i suoi umori sulla controparte. Di viaggio della speranza di Conte verso Bengasi ad esempio si era parlato già due anni fa, alla vigilia del vertice sulla Libia di Palermo organizzato dall’Italia: se Haftar non ci fosse stato, sarebbe saltato tutto e così c’è chi giurava su un blitz del premier in Cirenaica a poche ore dal summit. Nulla è stato confermato, forse in effetti si è trattato di una diceria e nulla più. Ma dà l’idea di quella che è la situazione in Libia quando è Haftar ad avere il coltello dalla parte del manico. Il colpo di scena di queste ore era senza dubbio il più atteso e sta permettendo ai marinai di trascorrere a casa il Natale. È questa la notizia più importante. I dettagli poi, come spesso accade in queste circostanze, si vedranno in seguito.

La mossa mediatica

Qualunque sia la verità, una cosa è certa: l’Italia ha perso. Non riuscire a risolvere in meno di una settimana una vicenda del genere è segno di debolezza . Non riuscire a farlo nemmeno dopo tre mesi è indice di grave e sonora sconfitta . Sul piano politico e sul piano dell’immagine. Conte e Di Maio questo sanno ed è forse per via di questa consapevolezza che hanno deciso di volare a Bengasi. Hanno lasciato a Roma le beghe, le polemiche sugli errori per la gestione del coronavirus,  per i tre mesi di sequestro dei pescatori e potranno rientrare con il regalo di Natale. Un po’ come quando, poco dopo la fase 2 della lotta al Covid, entrambi erano andati in aeroporto ad accogliere Silvia Romano,  l’ostaggio italiano nelle mani di Al Shabaab in Somalia.

La vera vittoria di oggi è dei familiari. Questi ultimi con dignità hanno atteso per più di tre mesi e oggi, alla vigilia di un Natale tra i più tristi degli ultimi anni, potranno avere a casa i propri cari. La politica piuttosto che festeggiare deve interrogarsi: perché l’Italia ha perso così tanto peso in Libia? Perché i nostri concittadini non hanno potuto fare un immediato ritorno tra le famiglie? E perché, soprattutto, il nostro Paese è apparso così debole? Tante domande che probabilmente si disperderanno nei rivoli della retorica della politica nostrana.