Somaliland, Gaza e il Corno d’Africa: il conflitto mediorientale traccia una nuova geografia

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Le dichiarazioni del presidente della Somalia, Hassan Sheikh Mohamud, non sono una semplice presa di posizione diplomatica. L’accusa secondo cui Israele starebbe preparando il trasferimento forzato di palestinesi in Somaliland introduce un elemento di rottura che va ben oltre la crisi di Gaza. Per Mogadiscio, la questione non riguarda solo la Palestina, ma l’integrità territoriale somala e l’equilibrio strategico del Corno d’Africa.Il riconoscimento formale del Somaliland da parte di Israele, primo e unico Stato a farlo, viene letto come la legittimazione politica di un processo che da oltre trent’anni nessun attore internazionale aveva voluto sancire apertamente. Da qui il sospetto, o l’accusa diretta, che dietro il riconoscimento si celi uno scambio strategico.

Secondo il presidente somalo, l’intelligence di Mogadiscio avrebbe individuato tre condizioni accettate dal Somaliland in cambio del riconoscimento: il reinsediamento di palestinesi provenienti da Gaza, la concessione di una base militare israeliana sul Golfo di Aden e l’adesione agli Accordi di Abramo. Anche se Hargeisa evita di commentare apertamente l’ipotesi del trasferimento di popolazione, la disponibilità ad aderire agli accordi di normalizzazione con Israele è stata confermata. Il punto centrale non è tanto la veridicità immediata di ciascun dettaglio, quanto la logica che li tiene insieme. Il Somaliland offre territorio e posizionamento strategico in cambio di legittimità internazionale. Israele, a sua volta, acquisirebbe una piattaforma avanzata in una delle aree marittime più sensibili del pianeta.

Il Golfo di Aden e il Mar Rosso non sono semplici corridoi commerciali: sono arterie vitali che collegano Mediterraneo, Oceano Indiano e Golfo Persico. Avere una presenza militare stabile lungo queste rotte significa poter influenzare flussi energetici, traffici commerciali e dinamiche di sicurezza regionale. È in questo quadro che le parole di Mohamud assumono un significato più ampio. Il timore di Mogadiscio è che la questione palestinese venga utilizzata come leva per ridefinire gli equilibri del Corno d’Africa, inserendo un nuovo attore militare in una regione già segnata da fragilità statali, rivalità regionali e presenze straniere.

L’ipotesi di uno spostamento forzato dei palestinesi da Gaza non è nuova. Negli ultimi mesi sono emersi piani, proposte informali e documenti trapelati che parlano di trasferimenti temporanei o permanenti. Ma il diritto internazionale è netto. La Quarta Convenzione di Ginevra vieta esplicitamente il trasferimento forzato di popolazioni civili dai territori occupati, indipendentemente dalla destinazione.Per questo, le accuse somale non si limitano a una contestazione politica, ma chiamano in causa direttamente la legalità internazionale. Qualsiasi piano che preveda lo spostamento permanente dei palestinesi fuori da Gaza configurerebbe una violazione grave del diritto umanitario, con possibili implicazioni penali a livello internazionale.

La condanna del riconoscimento israeliano del Somaliland è stata ampia. Unione Africana, Lega Araba e Unione Europea hanno espresso critiche esplicite, mentre il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha parlato di una decisione “illegittima e inaccettabile”, capace di destabilizzare l’intero Corno d’Africa.Anche in sede ONU la mossa israeliana ha incontrato una forte opposizione, con la maggioranza dei membri del Consiglio di Sicurezza che ha espresso preoccupazione. Il fatto che gli Stati Uniti non abbiano condannato apertamente il riconoscimento, pur dichiarando invariata la propria posizione sul Somaliland, aggiunge un ulteriore livello di ambiguità strategica.

La vicenda segnala un passaggio chiave: il conflitto israelo-palestinese non resta più confinato al Medio Oriente, ma si proietta in Africa orientale, intrecciandosi con questioni di sovranità, basi militari e controllo delle rotte marittime. Il Somaliland diventa così una pedina in una partita molto più grande, dove riconoscimento politico, sicurezza e gestione delle popolazioni si sovrappongono. Per la Somalia, la posta in gioco è esistenziale. Per Israele, strategica. Per la comunità internazionale, il rischio è quello di normalizzare soluzioni che aggirano il diritto internazionale in nome della realpolitik. È questo il vero punto di frattura: non solo dove finiranno i palestinesi di Gaza, ma quale ordine internazionale emergerà da scelte che trasformano crisi umanitarie in strumenti geopolitici.