Solo con un collasso nucleare può cadere la Corea del Nord

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Politica /

Cina, Stati Uniti e Russia sembrano essere d’accordo su una risoluzione condivisa della crisi coreana e sull’avvio di un processo di “denuclearizzazione” della penisola coreana. Un progetto che metterebbe da parte la retorica muscolare di Donald Trump sulla possibilità di un’opzione militare, e che darebbe semaforo verde alla strategia sino-russa di prevedere un graduale accomodamento di entrambe le parti e un ritorno alla normalità nella penisola con l’obiettivo a lungo termine della cosiddetta denuclearizzazione. Lodevole la scelta di collaborare tutti per una risoluzione pacifica della controversia, evitando quindi i dubbi sui rischi catastrofici di una guerra contro il regime, resta ora il dubbio ben più complesso di capire come far cessare effettivamente questa escalation militare. D’accordo sulla denuclearizzazione, quindi sul fatto che il regime abbandoni il programma nucleare e si avvii verso un processo pacifico di sviluppo. Ma è una possibilità che il regime nordcoreano potrà prendere realmente in considerazione? Kim Jong-un può realmente abbandonare il programma nucleare?

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La risposta a queste domande arriva – forse in toni eccessivamente duri, ma sinceri – dallo stesso Putin. Nel recente vertice Brics, il presidente russo non ha usato troppi giri di parole quando ha detto apertamente che “i nordcoreani preferirebbero mangiare l’erba piuttosto che abbandonare questo programma se non si sentono sicuri”. E in queste parole, probabilmente, c’è la sintesi del problema di trovare un’opzione reale nei confronti del programma nucleare della Corea del Nord. Perché il vero problema non è semplicemente lo sviluppo di un programma alternativo a quello nucleare militare, ma  il fatto che il regime di Pyongyang si fonda esclusivamente su questo programma per la sua sopravvivenza. Nel sistema nordcoreano, non esiste neanche una distinzione tra il programma nucleare militare e quello civile, anche perché è lo stesso principio su cui si impernia la politica coreana, il Songun, a prevedere che il potere militare sia predominante su qualsiasi altro potere o classe sociale. La conferma dell’importanza di questo programma nucleare per la vita stessa del governo di Pyongyang, arriva direttamente dalla riforma costituzionale del 2012, che ha previsto l’inserimento, nel preambolo, della definizione della Corea del Nord come “Stato nucleare”.

La struttura politico-militare nordcoreana ha costruito un regime che si basa sull’essere uno Stato fondato sullo sviluppo di un programma nucleare per scopi bellici, e senza distinguerlo affatto da quella eventuale per uso civile. Il nucleare è divenuto fonte di sviluppo, strumento di contrattazione con i Paesi vicini, deterrente nei confronti di possibili interventi statunitensi e, in pratica, un’assicurazione totale sulla vita stessa della dinastia al potere. Kim Jong-un, e così il padre e il nonno prima di lui, hanno creato negli anni un sistema per cui l’atomica non è solo un mezzo di sopravvivenza per lo Stato, ma anche un mezzo di sopravvivenza per se stessi. E il dittatore nordcoreano sa inoltre perfettamente che avere l’atomica significa da una parte provocare i nemici, ma, dall’altra parte, essere considerato imprescindibile anche dai partner economici, in particolare la Cina. Se finisce il programma nucleare nordcoreano, come sperato ora da parte statunitense e dalla comunità internazionale, e come vogliono russi e cinesi – ma con più cautela -, il regime di Pyongyang è destinato al collasso. L’aver costruito un regime che si incardina sullo sviluppo di un arsenale atomico vincola lo stesso Kim a non poter tornare sui suoi passi, se non vuole far crollare le ultime speranze dell’economia nordcoreana, la fiducia della popolazione, e se non vuole subire l’opposizione interna al suo stesso regime – che esiste, anche se non sembra. Mantenere il programma vuol dire infatti tenere a bada la casta militare di Pyongyang che vive grazie all’enorme budget messo a disposizione dal governo per la riuscita del programma atomico.

Se queste sono le premesse, è evidente che in questo momento parlare di una penisola coreana denuclearizzata sia quasi utopistico. E si può dire “quasi” e non “totalmente” perché non va dimenticato che i governi nordcoreani non avevano mai del tutto abbandonato l’idea di un’eventuale denuclearizzazione, nonostante questa non sia mai stata avviata. Il nodo da sciogliere, tuttavia, è come questo possa avvenire senza che la Corea del Nord, in particolare il regime, si senta minacciata da un eventuale intervento degli Stati Uniti, così come dal rischio di un isolamento internazionale che sia il preludio di una guerra di stampo umanitario. Finora, inutile negarlo, l’unico limite al conflitto è stato proprio il rischio di una guerra atomica: una volta scomparso questo rischio, difficilmente si potrebbe ritenere che i nordcoreani si sentano più sicuri. E proprio per questo motivo, non è una caso che Xi Jinping e Putin abbiano parlato di penisola denuclearizzata e non di Corea del Nord denuclearizzata. La differenza non è evidentemente lessicale, ma soprattutto politica. Una soluzione alla crisi che porti alla fine del programma nucleare di Pyongyang passa infatti attraverso la certezza che anche il Sud sia gradualmente abbandonato dalle truppe statunitense e con essa della possibilità che vi siano armi nucleari del Pentagono su suolo sudcoreano. Le condizioni, tuttavia, appaiono di difficile attuazione. Le provocazioni di Kim autorizzano il Pentagono a rafforzare la presenza militare nel Pacifico, così come consigliano a Seul e Tokyo di non poter desistere dall’ombrello militare statunitense. Dall’altra parte, un regime al collasso non gioverebbe neanche alla Cina e alla Russia, che vorrebbero invece un lento e graduale passaggio di consegne con la certezza che la Corea del Nord rimanga sostanzialmente partner di Mosca e Pechino. In tutto questo, Kim non sembra esser intenzionato a perdere la possibilità di tenere in scacco contemporaneamente Pechino e Washington, pur sapendo che in caso di accordo fra queste due superpotenze, non avrebbe alcun futuro.