La storia delle relazioni tra Italia e Francia, negli ultimi anni, è la storia di un rapporto asimmetrico che ha visto da un lato un sistema-Paese forte e organizzato, quello transalpino, agire per applicare una strategia di graduale e inesorabile inserimento nelle dinamiche politico-economiche italiane, per condizionarle dall’interno e attrarre Roma nell’orbita di Parigi e, dall’altro, la manifestazione di una debolezza strutturale a livello di apparati statali (governo, burocrazie, grande industria, finanza), con alcune notevolissime eccellenze (Eni, Cdp) capaci di resistere all’azione di Parigi, a cui si è accompagnata per lungo tempo l’esistenza di un sistema politico-mediatico fortemente connivente nei confronti della Francia.

L’avvento al potere di Emmanuel Macron e l’inizio della corsa del giovane presidente francese a un ruolo di più grande prestigio nel contesto europeo ha sdoganato una strategia che di fatto la Francia coltivava sin dal momento in cui Nicolas Sarkozy brigò per favorire la caduta del governo di Silvio Berlusconi: controllare, di fatto, l’Italia come un asset da far valere a proprio favore per poter dialogare da pari a pari con la Germania nel contesto europeo.

E già nell’epoca dell’ultimo governo a guida Pd, quello di Paolo Gentiloni, questa strategia ha iniziato a mostrare tutti i limiti, come dimostrato dallo scoppio del caso Fincantieri-Saint Nazaire. La nascita del governo Conte e la scelta di Lega e Movimento Cinque Stelle di cavalcare con forza il crescente sentimento antifrancese dell’opinione pubblica hanno fatto il resto e alcune esternazioni retoriche molto forti dei leader di partiti di governo hanno avuto la loro controparte d’Oltralpe nei duri attacchi di Macron, culminati nel recente richiamo a Parigi dell’ambasciatore francese a Roma.

Francia e Italia sono nate per poter dialogare

La debolezza del sistema-Paese Italia e la scarsa lungimiranza di Parigi impediscono a Italia e Francia di comprendere come nel contesto comunitario solo da questi due Paesi possa arrivare una spinta capace di controbilanciare l’egemonia tedesca nel Vecchio Continente. Di rompere, in altre parole, la linea del rigore e dell’austerità che la Francia, per bocca dei suoi esponenti nelle istituzioni comunitarie (basti pensare a Pierre Moscovici e Jean-Claude Trichet) ha più volte assecondato e che, con il trattato di Aquisgrana, rischia di blindare definitivamente.

La rilevanza storica, la prossimità geografica, le affinità culturali, l’omogeneità religiosa disegnano un comune terreno d’azione per i due Paesi; la comune proiezione mediterranea dovrebbe portare Francia e Italia a rilanciare l’importanza del fronte sud dell’Europa e della Nato nei consessi internazionali; le forti relazioni economiche e la sostanziale somiglianza di un modello che non rifiuta l’intervento pubblico in economia e il ruolo dello Stato sociale dovrebbero fungere da terreno comune per un dialogo che, oggigiorno, è frenato soprattutto dal velleitarismo di Macron e dalla mancanza di una strategia nazionale in Italia.

L’assalto economico della Francia

Laddove gli apparati italiani, come l’Eni e i servizi segreti, riescono a controbattere colpo su colpo, come in Libia, la Francia deve mettersi sulla difensiva; ma in altri contesti la mera strategia offensiva in campo politico-economico, sul lungo termine, danneggia entrambi i Paesi. Allontanandoli dalla cooperazione necessaria per spezzare uno status quo divenuto insostenibile per entrambe: ed è paradossale, quasi kafkiano, vedere Pierre Moscovici stracciarsi le vesti per la manovra economica italiana e cercare in ogni modo di giustificare quella di Macron, leader del Paese con il più alto debito aggregato dell’Eurozona.

Il bulimico appetito della grande industria e della finanza francese per gli asset italiani, molto spesso costretti a diventare prede inermi in assenza di un capitalismo forte e di reali garanzie governative contro le acquisizioni straniere improduttive, appare oggigiorno il principale ostacolo sulla rotta del riavvicinamento tra Roma e Parigi. Aldo Giannuli in Classe dirigente ha provato a fornire un elenco dei principali gruppi finiti sotto controllo francese da inizio millennio ad oggi: “Oltre a Bnl e Banca Antonveneta”, troviamo “Edison, Ercole Marelli, Fiat ferroviaria, Passoni & Villa, Parmalat, Galbani, Invernizzi, Locatelli, Cademartori, Fendi, Loro Piana, Gianfranco Ferrè, Bulgari, Pomellato”, a cui vanno ad aggiungersi il controllo della grande distribuzione ad opera di Auchan, Carrefour e Leroy Merlin e le avventure finanziarie di Vivendi dirette su Mediobanca, Assicurazioni Generali, Telecom e Fininvest.

La proposta di Savona nel 1993

Ogniqualvolta da parte italiana venivano poste in essere manovre per riequilibrare questo stato di cose, la Francia ha alzato i muri: e il caso Fincantieri è a dir poco emblematico. Questo perché, tra le altre cose, l’Italia della Seconda Repubblica non è stata capace di costruire un sistema-Paese capace di orientare gli indirizzi dell’attività di politica economica e di tutelare le mosse dei campioni nazionali, pubblici o privati che fossero. La possibilità di una concreta sinergia economica tra Italia e Francia, fondata su un piede di parità e sulla comune volontà di rafforzare i rispettivi settori economici nel mondo globalizzato, si è persa oltre 25 anni fa.

Per la precisione nel luglio 1993, quando il governo Ciampi e Romano Prodi, ultimo presidente-liquidatore dell’Iri, ostacolarono la proposta dell’allora ministro dell’Industria Paolo Savona di costituire un’alleanza economica con Parigi a partire da un fronte comune in settori quali la telefonia mobile, come lo stesso Savona riporta nella sua autobiografia Come un incubo e come un sogno.