L’uccisione di Qasem Soleimani ordinata da Donald Trump in persona ha scoperchiato per l’ennesima volta il vaso di Pandora della politica estera americana. Che gli Stati Uniti fossero attraversati da più correnti, non tutte sovrapponibili a quella del presidente, era un fatto conclamato; le ultime tensioni con Teheran hanno tuttavia fatto luce su tre linee di azione ben definite, l’una in contrasto con l’altra.

Prendiamo il dossier Iran: Trump, la sua amministrazione e il Pentagono sono sembrati (sembrano tutt’ora essere) in disaccordo su come comportarsi.

La linea ufficiale di The Donald è l’America First: prevede l’isolazionismo più totale e quindi, in ambito militare, il ritiro delle truppe statunitensi da ogni scenario di guerra lontano dai confini nazionali.

Numerosi ingranaggi dell’amministrazione presidenziale la pensano in tutt’altro modo. Sono i cosiddetti neoconservatori che, come spiega dettagliatamente New Republic, mirano al regime change. In poche parole: alla rimozione da ogni cartina geografica dei nemici della democrazia. Il modus operandi prediletto è l’intervento militare.

In mezzo ai due estremi troviamo il punto di vista del Pentagono, nei termini sempre piuttosto neoconservatore ma in aperto contrasto con la persona di Trump.

Il raid che ha ucciso Soleimani è un mix tra le prime due strade. Il tycoon ha accontentato, in parte, i neocon togliendo di mezzo uno degli uomini più importanti di Teheran senza però scatenare alcuna guerra. Washington ha infatti risposto alla contromossa degli iraniani (missili sulle basi Usa in Iraq) imponendo nuove sanzioni economiche sulla testa degli Ayatollah.

Il Pentagono contro Trump

La diversa veduta in politica estera di Trump e del Pentagono è riemersa nei giorni immediatamente successivi alla morte del generale iraniano. Il presidente ha giustificato il raid di Baghdad parlando di “rischio imminente” per la sicurezza statunitense: Teheran stava organizzando un attentato a quattro ambasciate americane, quindi era necessario colpire il nemico quanto prima.

La versione del tycoon è stata clamorosamente smentita da Mike Esper. Il segretario alla Difiesa Usa, intervistato da Cbs, è stato chiaro: “Io non ho visto alcuna prova”. Altri ufficiali del Pentagono hanno detto di essere stati ignari della possibilità di un presunto e imminente attacco iraniano.

Trump si è difeso a modo suo puntando il dito contro i media progressisti: “Loro e i loro partner democratici stanno lavorando duro per capire se i futuri attacchi del terrorista Soleimani sarebbero stati imminenti o meno. La mia risposta a entrambi è un forte sì, ma non importa davvero niente a causa del suo orribile passato”.

Isolazionisti e neoconservatori

Al di là della diatriba Trump-Pentagono-”media progressisti”, vale la pena considerare le reazioni dei due schieramenti citati, isolazionisti e neocon, all’uccisione di Soleimani.

John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale Usa, si è così espresso al New York Post: “Questa uccisione è un duro colpo contro le attività di al-Quds in giro per il mondo. Spero che rappresenti il primo passo verso il regime change a Teheran”. Il suo è un classico ragionamento neocon.

Sulla sponda opposta degli isolazionisti troviamo ad esempio Tucker Carlson, giornalista di Fox News: “Nessuno a Washington è in vena di domande ovvie: è l’Iran la più grande minaccia con cui abbiamo a che fare? E chi trae beneficio da questo potenziale conflitto? E perché continuiamo a ignorare il declino del nostro paese ma piuttosto ci precipitiamo verso un ennesimo pantano dal quale non c’è nessuna via d’uscita certa?”. lapGestire la politica estera destreggiandosi tra tre fuochi incrociati è un’impresa assai ardua e complicata.

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