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Politica

Il sogno di un affare milionario terrà Trump nel pantano afgano

Un businessman, prima ancora che un presidente, ha un solo interesse: il profitto. E per Donald Trump, come del resto per tutti i leader mondiali, la guerra deve essere svolta esclusivamente se c’è un interesse politico ed economico dietro talmente...

Un businessman, prima ancora che un presidente, ha un solo interesse: il profitto. E per Donald Trump, come del resto per tutti i leader mondiali, la guerra deve essere svolta esclusivamente se c’è un interesse politico ed economico dietro talmente forte da far accettare al proprio popolo di inviare i suoi figli in guerra. Il tycoon si era presentato alle elezioni con un programma definito “isolazionista”, che sembrava dovesse rivoluzionare completamente le logiche della geopolitica americana degli ultimi decenni, improntate a un interventismo sfrenato in ogni angolo del mondo. Poi, l’arrivo alla Casa Bianca e il rapporto con i settori nevralgici del Pentagono e del cosiddetto “deep-State”, hanno modificato la percezione di Trump rispetto al mondo. Gli Stati Uniti non possono ritirarsi dai conflitti, né possono formalmente delegare ad altre potenze mondiali la leadership globale. E così, mentre la Siria con gli accordi di Astana sembra ormai essere giunta a una sorta di definizione del conflitto che consegna quell’area del mondo alla Russia, e mentre l’Arabia Saudita diventa l’alfiere degli Stati Uniti nel Golfo Persico in chiave anti-iraniana, agli Stati Uniti resta il gravoso fardello della guerra in Afghanistan. Un conflitto lungo, che sembra interminabile, e che da sedici anni insanguina il Paese e miete vittime da una parte e dall’altra.

Arrivato alla Casa Bianca, uno dei primi atti eclatanti dell’amministrazione di The Donald fu quello del lancio della MOAB sul territorio afghano: la madre di tutte le bombe. Con quel gesto, Trump sembrava volesse lanciare un messaggio a tutto il mondo, dichiarando la volontà dell’America, la sua America, di terminare le guerre iniziate. Da lì è iniziata una campagna politica internazionale per far capire sia agli statunitensi sia agli alleati della NATO quanto fosse importante la guerra in Afghanistan e quanto fosse necessario un intervento di massa delle truppe occidentali, aumentando i numeri e i costi. Un cambio di strategia che al Pentagono hanno condiviso e contribuito a creare, e che adesso però necessita di una definizione esplicita e di una ragione pratica. A Trump interessa capire cosa ci guadagna dal rimanere in un Paese che da sedici anni vede solo morte e distruzione, in cui Talebani e ora anche lo Stato Islamico si combattono per il dominio del territorio e in cui il governo afghano rimane debole e incapace di essere un alleato degli Stati Uniti.





A questo punto, è l’interesse economico a dover prevalere. E l’interesse economico, in questo caso, sembra provenire dal settore minerario. Secondo quanto riportato dal New York Times, Donald Trump avallerebbe l’ipotesi di una permanenza in Afghanistan soprattutto perché attratto dalle ricchezze minerarie del Paese. Metalli rari, molto preziosi, che sarebbero estratti dalle industrie occidentali – uniche a possedere la tecnologia adeguata e soprattutto libere di trattare con il governo di Kabul grazie al peso degli Stati Uniti nel conflitto.  Già nel 2010, i funzionari americani avevano stimato che l’Afghanistan possedesse depositi minerali non utilizzati per un valore di circa un trilione di dollari (ovvero mille miliardi di dollari), una stima che era stata ampiamente contestata all’epoca e che è sicuramente crollata in seguito alla caduta dei prezzi di queste materie prime. Tuttavia, l’immagine di quel trilione di dollari sta circolando nuovamente all’interno della Casa Bianca, e sembra aver attratto le attenzioni del presidente Trump.

Inutile dire che per Donald Trump, uomo d’affari, l’idea di far incassare al Paese migliaia di miliardi di dollari è un motivo più che valido per interessarsi all’Afghanistan. Un ragionamento non troppo dissimile da quello svolto per le armi vendute all’Arabia Saudita, e che dimostra quanto la politica del nuovo presidente americano sia incentrata sulla ricerca di fiumi di soldi con cui rinvigorire l’economia del Paese. I funzionari hanno dichiarato di aver considerato l’estrazione mineraria come una strategia sostanzialmente vincente che potrebbe aiutare l’economia dell’Afghanistan, generare posti di lavoro per gli americani e dare agli Stati Uniti una posizione strategica formidabile nel mercato dei minerali, che, soprattutto in Asia Centrale, è stato monopolizzato dalla Cina. Pechino ha già un contratto di tre miliardi di dollari per sviluppare una miniera di rame a sud-est di Kabul, e la guerra commerciale al colosso cinese passa anche per la conquista di mercati e di filiere.

Da parte del governo afghano non sono arrivate dichiarazioni negative in tale senso. L’estrazione mineraria rappresenta un volano importante per la ripresa dell’economia del Paese e soprattutto sarebbe un perfetto strumento di controllo sui Talebani. Secondo gli analisti della Casa Bianca, infatti, le miniere più importanti del Paese si troverebbero nella provincia di Helmand, in larga parte controllata dai Talebani. Per il governo di Kabul, questo potrebbe essere un ottimo metodo per eliminare la minaccia talebana, attirando Trump con la promessa del monopolio di quei minerali rari, e con lui le truppe americane. Dall’altra parte, però, è proprio questo ciò che frena i consiglieri di Trump e lo stesso presidente, ovvero l’idea di dover intervenire in una provincia controllata dai Talebani in un momento in cui l’Afghanistan non sembra più essere un problema per la sicurezza interna.

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