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La Grecia doveva uscire dalla crisi e diventare il grande modello dell’Unione europea. L’uscita dalla crisi doveva essere lo strumento per far capire a tutti cosa fosse l’Europa: far vedere che un Paese usciva dalla crisi del debito grazie alle riforme volute dall’Ue e con il premier Alexis Tsipras capace di rappresentare un governo che seguiva alla lettera i dettami della Commissione europea e della Troika e che avrebbe portato la Grecia fuori dal pantano. Un Paese capace di fare i “compiti a casa” tanto cari agli europeisti per essere poi il fiore all’occhiello dell’Europa.

Peccato che la realtà sia stata del tutto diversa da quanto promesso e annunciato dall’Europa. E quello che doveva essere il sogno europei si è trasformato nel giro di pochi mesi in un incubo che ha devastato la Grecia, distruggendone il tessuto sociale, economico e anche politico. Oggi la Grecia è un Paese sospeso nel vuoto, sull’orlo del precipizio, dove le “cure” imposte da Bruxelles, Francoforte e dai creditori internazionali hanno creato le premesse per una delle più gravi crisi sociali del nostro tempo. Lo dimostrano due dati disastrosi: la mortalità infantile è aumentata sensibilmente (nonostante i nostri ultrà Ue non abbiano voluto dirlo), mentre, come spiega Huffington Post, “i suicidi sono aumentati del 40% tra il 2010 e il 2015, con la mortalità per suicidio arrivata al tasso medio annuo del 7,8%, rispetto all′1,6% prima della crisi”.

Tsipras, che era salito al potere definito come una sorta di “pifferaio magico” dai vertici europei, si è trasformato in uno dei migliori esecutori dei diktat di Troika & co. E la sinistra di Syriza, populista ante litteram, si è rivelata invece un partito perfettamente ligio al dovere. Ma non al suo dovere verso il popolo, quanto a quello deciso da Bruxelles e dintorni. Il tutto mentre un Paese impoverito e senza più speranza era costretto a svendere tutti i suoi asset strategici e lasciare che il territorio venisse invaso dalla Cina, che ha inserito da subito il Pireo nella Nuova Via della Seta, e dagli altri Paesi Ue, immediatamente pronti a sfruttare la privatizzazione forzata dello Stato ellenico. In primis la Germania, la cui cancelliera Angela Merkel, ultimamente molto più serena e buona nei confronti della popolazione greca, ha colto l’occasione per far sì che le sue banche lucrassero sul debito greco mentre le sue aziende acquisivano i pilastri economici del settore pubblico: a partire da quello del turismo. E sembra essere questa la condanna assegnata alla Grecia: diventare un paradiso turistico senza alcuna speranza di assumere i connotati di un’economia solida, ma con il popolo greco relegato a una sorta di problema secondario, con i senzatetto quadruplicati, gli ospedali al collasso, un esodo biblico di giovani e gli stranieri che fanno incetta di casa e chi rimane a vivere di affitti.

Da queste premesse, le elezioni europee e le prossime politiche potrebbero rivelare tutto il fallimento dell’Unione europea. Altro che cure, l’unica cura è stata quasi mortale. Per quanto riguarda Tsipras, i sondaggi parlano chiaro. Il partito del capo del governo crolla inesorabilmente mentre sale (e tanto) l’opposizione di Nuova Democrazia, che non è certo anti-Ue, ma sicuro non rappresenta la sua sinistra moderata. E il Pasok, che un tempo regnava sull’Ellade, relegato a terzo partito in lotta con l’estrema destra di Alba Dorata. Ma sarà colpita inevitabilmente anche l’Europa, che da questa crisi greca esce con un unico grande risultato: il Paese su cui ha riversato tutta la sua furia fatta di austerity e svendite è stata la pietra tombale dei rapporti fra popoli e burocrazia europea.

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