Per soft power, termine coniato dal politologo americano Joseph Nye nel 1990, si intende tutta quella serie di risorse materiali e immateriali di un Paese diverse dall’attività diplomatica e militare per “far sì che gli altri vogliano quello che vuoi”.

Gli Stati Uniti, da questo punto di vista, risultano essere gli storici utilizzatori di questa metodologia di penetrazione culturale – se pur non avendo disdegnato di utilizzare l’hard power – ma il loro monopolio fatto di “musica, università prestigiose, cinema e panini con l’hamburger” è stato intaccato da un gigante che vorrebbe scardinare l’egemonia globale statunitense: la Cina.

Non intendiamo, in questa trattazione, analizzare le differenze tra il soft power made in Usa e quello cinese, già ampiamente analizzate alla luce dei progressi della Belt and Road Initiative di Pechino, bensì soffermarci sulle profonde differenze, in questo senso, tra la Cina e la Russia che fanno di questi due “strani amici” due universi paralleli.

Foreign Affairs ci ricorda che il Dragone asiatico a partire dal 2007 circa, sotto la guida dell’allora presidente Hu Jintao, ha iniziato a incorporare il soft power nella propria politica estera attraverso la necessità di rafforzare la cultura. Negli anni successivi il Politburo ha fatto massicci investimenti nella diplomazia, inclusa l’espansione globale dei media statali e dei centri culturali e linguistici noti come Istituti Confucio presenti in 162 Paesi, Italia compresa. Il soft power in Cina viene visto come uno strumento in più per l’ascesa del Paese, in particolare dal punto di vista economico. Questo anche perché si pensa che per rivaleggiare veramente con gli Stati Uniti, la Cina ha bisogno di più riconoscimento e più influenza sull’opinione pubblica globale.

Il soft power cinese si concentra maggiormente su questioni pratiche, fondendo cultura e commercio, ma pone l’accento maggiormente sul pragmatismo piuttosto che sui valori (come quello statunitense), e questo è ben evidente nella penetrazione economica attraverso la costruzione di infrastrutture all’estero (che poi aprono il problema dell’indebitamento di Paesi poveri). Questo approccio ha raccolto pochi frutti in Occidente, ma in qualche modo ha riscosso successo nel sud del mondo (Africa).

Tuttavia in quei Paesi, il soft power cinese non viene visto come concorrente rispetto a quello statunitense, ma complementare. Alcuni analisti cinesi sostengono che la separazione tra hard power e soft power sia fittizia, osservando che gran parte dell’attrattiva degli Stati Uniti dipende dalla loro abilità militare e forza economica. Riflettendo questa critica, la strategia del soft power cinese implica la promozione della cultura nazionale, ma promuove anche il modello cinese di sviluppo economico, la sua competenza di governo, i suoi progressi tecnologici e le sue crescenti capacità militari. In sostanza tutto ciò che potrebbe migliorare l’immagine della Cina è considerato un elemento di soft power.

La Cina cerca anche di rafforzare la sua immagine di “buon samaritano” globale anche attraverso l’istruzione, offrendo ai funzionari nei paesi del sud del mondo programmi didattici per uno sviluppo veloce, specialmente quando si tratta di sconfiggere la povertà, e offrendo borse di studio agli studenti dei Paesi poveri. Per questo l’immagine di un Paese autoritario, aggressivo e illiberale non ha molta presa in Africa, dove per il momento c’è un consenso piuttosto esteso nei confronti dell’influenza economica e politica della Cina sul continente. Altrove, come in alcune parti dell’Asia dove si teme maggiormente l’aggressività cinese o in America Latina, questo non avviene preferendo maggiore cautela, quasi in un atteggiamento attendista nei confronti della politica statunitense.

Il problema, infatti, è fornire un’alternativa valida al pragmatismo del soft power cinese, e la nascita dell’iniziativa economica B3W (Build Back a Better World) di Washington deriva proprio dalla necessità, in qualche modo, di colmare questa lacuna, anche se al momento il contraltare statunitense della Belt and Road Initiative è rimasto solo sulla carta.

Spostandoci in Russia, risulta difficile parlare di soft power stante la definizione che ne è stata data. Mosca ha dimostrato di preferire altre metodologie di influenza, decisamente più pragmatiche tanto da potersi definire di hard power.

Nonostante la nascita, nel 2007, di Russkiy Mir, una fondazione che ha la finalità di promuovere la lingua e la cultura russa nel mondo, i risultati conseguiti sono stati scarsi se paragonati a quelli degli Istituti Confucio, che in Italia, per esempio, sono riusciti anche a ottenere cattedre di insegnamento nelle scuole statali. Il Cremlino si affida anche a molti centri culturali nati tramite collaborazioni con enti o personalità dell’imprenditoria locali, ma non in modo così pervasivo come Pechino, sebbene ci siano stati dei risultati degni di attenzione, come ad esempio il tentativo di diffusione in Europa del vaccino russo (bloccato in molti casi dagli enti di controllo nazionali e sovranazionali preposti) durante il culmine della pandemia.

Anche in questo caso, però, l’immagine di “infermiere del mondo” spetta di diritto alla Cina che ha saputo pubblicizzare l’invio dei propri aiuti – soprattutto ai Paesi poveri – in modo efficace, oltre a distribuire i propri vaccini nonostante la scarsa fiducia diffusa in tutto il mondo in merito alla loro efficacia, per cercare di far dimenticare di aver dato i natali alla pandemia.

Mosca, come Pechino, cerca di attivare canali di penetrazione economica e commerciale: le leve di cui dispone riguardano, ad esempio, la tecnologia dell’energia nucleare, ma soprattutto lo fa utilizzando la propria industria bellica. Sono noti, infatti, i diversi contratti siglati da Mosca nei Paesi in via di sviluppo (India compresa) per la vendita di armamenti, che sono utilizzati dalla Russia per mostrare il proprio livello tecnologico e per esportare il proprio modello culturale, se pur in modo radicalmente diverso rispetto alla Cina.

Il Cremlino, per “far sì che gli altri vogliano quello che vuoi”, preferisce ancora un approccio di tipo sovietico, affidandosi all’ampio spettro delle “misure attive” utilizzate per acquisire influenza politica all’estero. In particolare, nell’era di internet e dei social network, la Russia ha acquisito una particolare abilità nel diffondere il proprio punto di vista grazie ai media di Stato che operano (o operavano) con succursali in quasi ogni nazione, ma soprattutto attraverso la creazione di innumerevoli profili falsi sui social ad opera di entità esterne allo Stato per avere la possibilità di “negazione plausibile”. Da non dimenticare l’uso di accademici e giornalisti russi, che spesso sono accettati all’estero come legittime controparti da parte di loro pari, che hanno il compito di propagandare una visione “alternativa” o addirittura di diffondere ostilità nel mondo accademico e dei media per l’agire dell’Occidente oppure il sostegno ai movimenti pacifisti, visti come strumento per dividere l’opinione pubblica e quindi dirigere l’agenda politica di uno Stato avversario.

Anche se guardiamo al cinema, nonostante Mosca abbia, da almeno un decennio, una produzione cinematografica propria di alto livello, essa resta quasi sempre confinata internamente al contrario di quella cinese, spesso nata da collaborazioni con produttori occidentali.

Russia e Cina, quindi, hanno una concezione profondamente diversa del soft power, tanto che si può dire che Mosca quasi non lo utilizzi affatto, ed è per questo che, a differenza di Pechino, manca di capacità attrattiva verso l’estero, in particolare verso il suo vicinato che, infatti, si è rivolto all’Occidente non solo per questioni legate alla passata dominazione sovietica.

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