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Ci fu un tempo in cui gli Stati Uniti pensavano di governare il mondo con il fascino della loro cultura, la potenza del loro cinema, l’universalità dei loro valori politici. Un’epoca in cui la seduzione contava più della coercizione, e in cui l’impero cercava di farsi amare più che temere. Quell’epoca – raccontata, idealizzata e teorizzata dal politologo Joseph Nye (scomparso pochi giorni fa) con la formula del “soft power” – ha rappresentato uno dei pilastri della strategia egemonica americana nel mondo post-bipolare. Ma oggi, sotto i colpi del ritorno della forza bruta, dell’espansione delle autocrazie e del tramonto della mitologia liberale, quel tempo sembra ormai consegnato alla storia.

La parabola del soft power, è quella di un’illusione imperiale: uno strumento nato per mascherare il dominio sotto le apparenze del consenso, e infine smascherato dalla durezza della realtà geopolitica. Un’illusione che oggi, nelle mani della Cina comunista, si ripresenta in forma speculare: stessa retorica, stessa ambizione globale, ma fondamenti ideologici e strutture di potere profondamente differenti.

Il guanto di velluto dell’impero

Quando Nye coniò l’espressione “soft power” nei primi anni Novanta, il mondo stava appena emergendo dal bipolarismo. L’Unione Sovietica era collassata, il “mondo libero” sembrava trionfare. In quel contesto, il potere di attrazione degli Stati Uniti – la loro musica, le università, i valori democratici, l’american way of life – fu eretto a paradigma di dominio gentile, invisibile, efficace. Un dominio non più imposto con le baionette o con i colpi di Stato, ma diffuso attraverso i mercati, le ONG, Hollywood e CNN.

Era l’illusione di un impero consensuale, capace di trasformare i suoi interessi in aspirazioni universali. Ma dietro la cortina ideologica del soft power si muovevano – fin dall’inizio – logiche ben più antiche: la volontà di controllo, la gerarchia delle potenze, la gestione strategica dell’asimmetria. La seduzione, in fondo, era solo la forma più raffinata della coercizione.

La stessa agenzia USAID, simbolo della cooperazione e dello sviluppo, era nata come strumento della Guerra Fredda: contrastare l’influenza sovietica, promuovere modelli economici e politici funzionali a Washington. Più tardi, sotto la presidenza Trump, quella stessa istituzione è stata brutalmente ridimensionata, smascherando l’inadeguatezza della diplomazia culturale quando il potere decide di parlare con la voce delle armi.

Dal consenso alla brutalità, la svolta americana

Il vero cambio di paradigma è avvenuto con Donald Trump. Per la prima volta nella storia recente, un presidente americano ha apertamente rinunciato alla retorica del soft power. Ha smontato l’apparato simbolico costruito in decenni, svelando la nuda volontà di potenza. Non più cuori e menti, ma minacce e sanzioni. Non più cooperazione, ma imposizione. Una diplomazia di forza contro i forti (Cina, Russia) e di dominio brutale contro i deboli (Venezuela, Palestina, Panama).

La dottrina Trump – che ha messo in discussione il multilateralismo, screditato l’ONU, colpito i trattati internazionali – ha riportato la politica estera americana alle sue origini: quella del Monroe Doctrine, della “destinazione manifesta”, della legge del più forte. Il soft power, in questo quadro, si è rivelato per ciò che era sempre stato: un accessorio ideologico, utile finché funzionale, ma sacrificabile all’occorrenza.

La Cina e l’appropriazione del potere morbido

Se l’America ha abbandonato il soft power, la Cina lo ha adottato. Il Partito Comunista Cinese, consapevole della crescente diffidenza internazionale verso la sua ascesa, ha sviluppato – a partire dal 2006 – una propria versione di potere culturale. Non più la Cina chiusa e timorosa del post-Tienanmen, ma una potenza capace di parlare al mondo in termini simbolici e narrativi.

Nascono così gli Istituti Confucio, le campagne per promuovere la “civiltà socialista”, le strategie per trasformare la lingua, la storia e la cultura cinese in strumenti di legittimazione. Il soft power cinese, però, si muove in una doppia direzione: all’esterno, per contrastare la diffidenza internazionale; all’interno, per rafforzare l’adesione ideologica delle masse.

Ma l’ambizione culturale della Cina si scontra con la sua pratica politica. Come può attrarre un Paese che reprime i diritti, controlla l’informazione, militarizza le sue coste e impone il silenzio a Hong Kong e nello Xinjiang? Il soft power cinese, come quello americano, non è che una facciata. Dietro, restano intatte le logiche di dominio: la repressione interna e la proiezione di forza all’esterno.

La violenza dell’eccezione permanente

Sia nel caso statunitense che in quello cinese, il soft power si svela come uno strumento di egemonia simbolica, destinato a coprire – e non a evitare – la violenza del potere. È il diritto, non la seduzione, a garantire la pace. Ma nelle relazioni internazionali attuali, il diritto è sistematicamente subordinato alla sovranità degli Stati e agli interessi strategici.

L’uso del potere – che sia dolce o brutale – tende sempre più a eludere il quadro giuridico. Lo vediamo in Ucraina, a Gaza, nei mari della Cina, dove il diritto internazionale è ignorato o manipolato. E lo vediamo nella stessa retorica della “modernità universale”, che serve a giustificare l’ingerenza e la supremazia culturale dell’Occidente. Ma esiste un’unica modernità? O non è forse questa pretesa universale la forma più sofisticata dell’imperialismo?

Il Sud globale – che subisce da decenni l’influenza alternata di Washington e Pechino – guarda con crescente scetticismo a queste narrazioni. Per molti popoli, il soft power non ha mai avuto la dolcezza promessa. Ha avuto il sapore della sottomissione economica, dell’interferenza politica, della negazione delle alternative.

Il tramonto delle maschere

Alla fine, la maschera cade. Il soft power, nato per nascondere la forza, si rivela incapace di sostituirla. E mentre le grandi potenze si contendono le coscienze con immagini patinate, loghi accattivanti e spettacoli televisivi, la realtà della geopolitica torna a parlare con la voce della paura, della guerra, del ricatto.

La sfida che si apre oggi è quella di una nuova grammatica del potere. Una grammatica che riconosca il pluralismo delle civiltà, la sovranità reale dei popoli, il primato del diritto sulla violenza. Perché non è la seduzione che garantisce la giustizia. È la giustizia che rende possibile la vera seduzione.

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