La geopolitica della corsa allo spazio
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Il petrolio russo è al centro della scena mondiale. Dopo il sesto pacchetto di sanzioni contro Mosca, sanzioni non certo severe ma comunque incisive, l’oro nero è tornato a essere uno dei nodi strategici dei rapporti tra Russia e Occidente.

Ma il petrolio, forse più del gas, non riguarda solo la guerra diplomatica che si gioca tra il Cremlino e le cancellerie d’Europa e Oltreoceano. Per Mosca, infatti, la questione petrolifera ha una portata che passa anche per i rapporti con gli Stati del Medio Oriente, e in particolare con le monarchie del Golfo. Un mondo ben diverso da quello rappresentato dal blocco euro-atlantico, ma che dal punto di vista economico e strategico identifica un’area decisiva per gli equilibri internazionali. A livello energetico, a livello finanziario, ma anche a livello strategico.

Non è un caso che il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov si sia recato nei Paesi arabi del Golf Persico mentre in Ucraina infuriano ancora le armi. Un tour che, tra le altre cose, è giunta proprio in concomitanza con l’annuncio delle sanzioni dell’Europa al petrolio importato via mare dalla Russia.

Il capo della diplomazia russa è giunto a Riad, capitale dell’Arabia Saudita, incassando una vittoria diplomatica particolarmente rilevante. Sì, il Golfo ufficialmente non può che condannare l’aggressione. I Paesi facenti parte del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno espresso una “posizione unitaria” sulla guerra in Ucraina e sul suo “impatto negativo”. E il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan, ha ricordato che anche dopo la videoconferenza con il ministro ucraino, Dmitro Kuleba, i capi delle diplomazie del Golfo hanno puntato i riflettori sulla “sicurezza alimentare nei Paesi colpiti e nel mondo”. Ma il Consiglio di cooperazione del Golfo ha soprattutto ufficializzato che, almeno per il momento, non imporrà sanzioni contro Mosca. E, come riportato da Al Arabya, lo stesso Lavrov ha espresso la gratitudine del governo russo verso questi Paesi per “la posizione equilibrata che assumono nei confronti di questo problema nei forum internazionali, rifiutando di aderire alle sanzioni occidentali illegittime e unilaterali che sono state introdotte contro la Russia”.

La presa di posizione non è certo secondaria. Come ricordato da Rosalba Castelletti su Repubblica, il Wall Street Journal aveva addirittura paventato, nei giorni scorsi, “una possibile esclusione di Mosca dal sistema delle quote del consesso allargato dei produttori del petrolio”, e cioè l’Opec+. L’ipotesi del quotidiano Usa appariva più che altro un auspicio, perché avrebbe significato una produzione maggiore da parte dei produttori arabi in modo da poter colmare il vuoto lasciato da un eventuale embargo alla Russia. Ma quello che aspettava o suggeriva il mesa americano, non è arrivato. Non una novità: il blocco dei Paesi del Golfo, ma anche la stessa Opec+, è sempre stato molto restio ad accettare un sistema sanzionatorio di stampo occidentale e soprattutto legato a direttive politiche non rientrassero nei canoni della maggior parte degli Stati produttori di petrolio. E in questo, Vladimir Putin si è certo sentito rassicurato.

Una rassicurazione che nasce non solo dalla tradizione politica dell’Opec e dei Paesi del Golfo, ma anche dai rapporti che in questi anni hanno intrecciato Russia e monarchie dell’area. Rapporti che passano dalla guerra in Siria a quella libica, dai problemi del Sahel fino agli equilibri appunto del petrolio e in particolare del suo prezzo. Le relazioni tra questi governi sono estremamente complesse e articolate, al punto che oggi è difficile trovare delle questioni puramente bilaterali e omogenee. E questo comporta che la sinergia che da Occidente ci si aspetta da parte del Medio Oriente, qui non possa trovare accoglienza per una serie di fattori umani, culturali, economici e strategici che non possono essere scissi.

Tutto questo, quando c’è in ballo il petrolio, diventa ancora più evidente. Perché in questo caso gli interessi diventano mondiali e non solo regionali, andando a intaccare le relazioni che tutti i Paesi hanno non solo con la Russia, ma anche con altri clienti indiretti. Il blocco al petrolio russo verso l’Europa via mare, quello che qualcuno ha definito l’embargo alle petroliere, è già un esempio di cosa sia poi realmente questo mercato. Un sistema fatto di triangolazioni in cui la Russia perde, certo, ma in cui si rischia poi di arricchire altri. Lo stesso Wsj parlava di recente di come “alcuni combustibili che si ritiene siano parzialmente prodotti dal greggio russo sono sbarcati a New York e nel New Jersey il mese scorso”. E tutto questo avvenuto sfruttando i traffici provenienti da raffinerie indiane, che stanno acquistando enormi quantità di greggio russo a prezzi inferiori a quelli di mercato. Nell’anarchia del mare, tutto questo può avvenire in modo lecito, dimostrando però ancora una volta come sia poi veramente difficile identificare una matrice in grado di colpire lo Stato oggetto delle sanzioni. E nel frattempo i rapporti costruiti nel corso di questi decenni evitano che si possa trovare una vera limitazione a danno esclusivo di un Paese.

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