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Gli Stati Uniti presumono che il 7 aprile, in Siria, sia avvenuto un nuovo attacco con l’utilizzo di armi chimiche da parte del governo di Assad, sulla popolazione civile delle zone della città di Douma. Ciò ha fornito il pretesto a Washington per riferire una minaccia di attacco, espressa dal presidente Trump via social network, destando anche l’imbarazzo dei vertici della difesa americana, primo fra tutti James Mattis, che in un primo momento aveva deciso di ritrattare la posizione del Pentagono in merito alle prove di questo attacco.

In seguito al bombardamento congiunto della Siria, deciso da Trump e appoggiato da Gran Bretagna e Francia, si aprono una serie di scenari, che tuttavia sembrerebbero assolutamente non praticabili. Questi dibattiti sulla Siria sono rivelatori, ma non nel modo in cui i suoi partecipanti spesso intendono. Il fatto che gli americani arrivino così spesso alla stessa politica di limitati attacchi aerei ci dice molto sul perché il problema della Siria sia così difficile. Ci dice anche molto sui blocchi della politica estera degli Stati Uniti.

Di fronte agli Stati Uniti, dunque, si presentano alcune possibilità, la cui risolutezza, tuttavia, è messa in dubbio da un quadro piuttosto complicato, molto più di un qualsiasi Afghanistan o Iraq. In un primo scenario, infatti, si potrebbe pensare che Washington potrebbe decidere di proseguire i propri raid aerei isolati, limitati e con funzione monitoria, come quello del 14 aprile, il cui scopo sarebbe quello di perpetrare una serie di avvertimenti su un futuro utilizzo di armi chimiche da parte di Assad, sempre a patto che tale condizione sia valsa per gli episodi passati, considerate comunque le analisi effettuate dagli esperti dell’Opac, che hanno sempre restituito risultati negativi, e dunque nessun campione di sostanza chimica è stato mai trovato in Siria fino al marzo di quest’anno.

Questi attacchi, senza un diretto coinvolgimento delle truppe, i cosiddetti “boots on the ground”, potrebbero essere assorbiti in maniera rapida e quasi indolore, visto anche il supporto degli alleati russi e iraniani, e il fatto stesso che la Francia abbia deciso di avvisare il Cremlino degli attacchi imminenti, ha evitato che il bilancio delle vittime si muovesse dallo zero. 

Una seconda opzione, anche secondo quanto sostenuto dal New York Times, consterebbe in un altro prosieguo della politica di Obama, operando un riarmo dei ribelli contro le forze governative, sostenendo la più pericolosa parte in causa per la sopravvivenza del governo di Assad. Obama, ad esempio, nel 2013 aveva dotato i ribelli del Free Syrian Army con i missili TOW anticarro, che avevano prodotto una forte offensiva contro l’esercito regolare, con quelle armi che erano state definite come i “domatori di Assad”

Anche per questa opzione si dovrebbero fare i conti con la forza degli alleati Russia ed Iran, che a loro volta potrebbero armare Assad anche con maggiore vigore rispetto a quanto Washington possa fare coi ribelli, producendo una sorta di escalation di armamenti che potrebbe soltanto accrescere le perdite umane. Se non altro, per il motivo per cui tale successo dei ribelli aveva indotto nel 2015 la Russia ad intervenire sul campo al fianco dell’alleato siriano, facendo ritorcere contro agli Stati Uniti la stessa soluzione adottata. 

Una terza opzione, la più drastica e pericolosa, sarebbe quella di un massiccio intervento con pesanti bombardamenti e invasione sul campo. Questi attacchi sarebbero efficaci se concretizzassero deliberatamente uno dei due rischi che gli Stati Uniti si sono sforzati di evitare. Il primo rischio è quello di far collassare il governo siriano, il che esacerberà le sofferenze siriane gettando nel caos milioni di altre vite e probabilmente prolungando la guerra. Il secondo rischio è quello di uno scontro militare diretto con la Russia, una potenza armata con la capacità di intensificarsi rapidamente nel Medio Oriente e nell’Europa orientale, mettendo a rischio milioni di non-siriani. Il tutto, ovviamente, costituirebbe una chiara violazione del diritto internazionale, se si dovesse provare ancora una volta che questi attacchi chimici non si sono mai verificati, rebus sic stantibus.

In sostanza non esiste una definitiva soluzione di intervento per gli Stati Uniti se non di riprodurre ciò che già hanno provocato in Afghanistan ed in Iraq, solo per citare gli esempi più recenti. La differenza rispetto a 15-20 anni fa risiede e soprattutto nella rinnovata presenza russa in Medio Oriente, che ostacola di certo una primazia militare americana, e l’immunizzazione dell’opinione pubblica al fenomeno delle notizie false che, nel 2003 hanno consentito agli Usa di muovere indisturbati degli attacchi nei confronti dei regimi mediorientali, ma che oggi, memori degli scenari e delle milioni di vittime prodotte, fungono da deterrente dal rimettere gli stivali sul terreno. 

D’altro canto, Washington oggi paga delle strategie errate della propria politica estera, soprattutto in Medio Oriente, che però fatica a mutare, dalla sua continuità storica ormai pluridecennale, che tuttavia oggi si misura con le mire di una serie di attori regionali