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Il 15 marzo scorso il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato – spiazzando tutti – il ritiro delle truppe impiegate in Siria.Una scelta controcorrente che dimostrava almeno due cose: la prima, ed evidente a tutti, è che la Russia è tornata ad essere una grande potenza con la quale è necessario fare i conti a livello internazionale. La seconda, invece, è che i russi non vedono la Siria come gli Usa vedono l’Iraq o l’Afghanistan, ovvero come uno Stato da conquistare.È ovvio che dietro l’ingresso in guerra dei russi ci siano interessi nazionali: mantenere la base di Tartus (l’unica che Mosca ha nel Mediterraneo) e evitare la caduta di un regime – quello di Bashar Al Assad – che può piacere o meno ma che è necessario per mantenere la stabilità in Medio Oriente.A quasi una settimana dal “ritiro” dalla Siria, i russi tornano a mostrare i muscoli. Proprio oggi, infatti, secondo quanto riporta la TassSerghei Rudskoi, capo della Direzione Operazioni dello Stato Maggiore Generale delle Forze armate, ha affermato che la Russia è pronta, a partire da domani, all’uso unilaterale della forza contro i gruppi armati che violeranno “in modo sistematico” il cessate il fuoco in Siria, se non riceverà risposte dagli Usa alle sue proposte su un meccanismo di controllo del regime di tregua.Secondo quanto affermato da Rudskoi, Mosca avrebbe inviato a Washington le sue proposte il 25 febbraio scorso senza però ricevere alcuna risposta.Dopo le dichiarazioni di Rudskoi, la “ritirata” russa del 15 marzo scorso assume un nuovo significato. Se è vero, come è vero, che Putin cerca di mantenere rapporti relativamente buoni con gli Usa, è altrettanto vero che non vuole perdere la Siria. Gli Usa, dal canto loro, hanno subito risposto picche ai russi rifiutando l’incontro urgente richiesto da Mosca per la gestione del cessate il fuoco. Si scontrano ancora una volta due modi diametralmente opposti di fare politica: quello russo di un mondo russo multipolare e quello americano unipolare.

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