Dopo l’attacco in Siria, la risposta della Russia potrebbe rivolgersi anche contro Israele. E questo potrebbe colpire in maniera sensibile la strategia israeliana nel conflitto siriano.

La Russia, come scritto ieri su questa testata, può agire su più livelli per la rappresaglia contro l’Occidente. E in questo senso, l’aver rinsaldato l’alleanza con l’Iran dimostra la volontà di Mosca di serrare i ranghi. L’attacco alle basi siriane ha dimostrato che l’Occidente non si è interessato a quanto dichiarano i due maggiori alleati di Damasco. Li ha voluti isolare, e, anche senza aver ottenuto grandi risultati a livello militare, li ha ottenuti sotto il profilo politico. 

I raid chirurgici non segnano un cambiamento della strategia americana in Siria. Fondamentalmente, i risultati ottenuti sono quasi gli stessi, a livello strategico, di quelli ottenuti dopo il presunto attacco chimico di Khan Shaykhun. L’amministrazione americana ha di fatto ribadito l’idea di non voler rimanere esclusa in Siria per colpa dei successi di Bashar al Assad e dei suoi alleati. Ha ribadito che esiste un’alleanza che può contrapporsi a Mosca e Teheran. Ma, contemporaneamente, non ha voluto colpire davvero la Siria e non ha scatenato alcun bombardamento letale. Tanto che alla fine dei raid, Donald Trump ha anche detto che la missione era compiuta.

Questo però significa, dall’altro lato, che per Israele il problema non è affatto risolto. Sì, ha avuto un peso notevole nel far piombare i missili di Regno Unito, Stati Uniti e Francia contro le basi siriane. Ma nessuno lo ha fatto con l’obiettivo di dare un colpo forte all’esercito siriano. Nessuno ha accusato l’Iran. E, di fatto, nessuno ha scalfito la strategia iraniana nella regione. 

Ma se nessuno ha colpito la strategia iraniana, ora potrebbe essere proprio Israele il primo obiettivo della risposta del blocco alleato di Damasco. Del resto, la Russia non è stata colpita direttamente dagli attacchi né potrebbe rispondere colpendo gli autori dei raid. Significherebbe scatenare una guerra oltre che una mossa del tutto priva di senso. Ma si può colpire il maggior alleato di chi ha scatenato i raid. Tutto in modo soft, molto diplomatico, ma, allo stesso tempo, in profondità. E con una Siria sotto costante lente d’ingrandimento e con l’Iran eccessivamente soggetta alle attenzione americane, la rappresaglia potrebbe arrivare proprio dalla Russia.

Come potrebbe farlo? Innanzitutto chiudendo lo spazio aereo siriano agli israeliani. È noto, infatti, che Mosca ha per molto tempo permesso, con estrema cautela, raid chirurgici di Israele sul suolo siriano. Inutile negarlo. Se l’aviazione di Tel Aviv ha potuto colpire convogli Hezbollah e basi “pericolose” in questi mesi, l’ha fatto con una sorta di placet russo. La Russia controlla lo spazio aereo siriano: niente può volare senza il suo ok.

Le cose però sono cambiate in questi ultimi mesi. La Russia ha cambiato atteggiamento, consapevole delle pressioni di Israele per scatenare una nuova escalation in Siria contro Bashar al Assad e contro la presenza iraniana. Una pressione che stava mettendo a repentaglio i risultati ottenuti in questi faticosi anni di guerra.

E Putin, in rotta di collisione con Benjamin Netanyahu sulla Siria, ha iniziato ad avallare le risposte ai raid israeliani. A febbraio, con l’abbattimento del jet che aveva bombardato la Siria, se n’è avuta prova. Ma soprattutto, il ministero della Difesa russo per primo ha accusato Israele di aver bombardato la base T-4 vicino Homs nella settimana precedente al raid dell’Occidente. Un segnale che i rapporti si erano incrinati.

Se la Russia chiudesse i cieli della Siria, di fatto renderebbe impossibile per le forze armate dello Stato ebraico di proseguire nella loro strategia siriana. In questo modo, Vladimir Putin manderebbe tre messaggi. Il primo, un messaggio di rafforzamento dell’asse rivolto ai suoi alleati, e cioè a Teheran e Damasco, in quanto garante dei cieli siriani. Il secondo messaggio rivolto a Israele, e cioè che la pazienza nei confronti di Tel Aviv sulla Siria è finita. Terzo messaggio, quello rivolto agli Stati Uniti, che avrebbero il loro maggiore alleato regionale privato della libertà di manovra. E che sarebbero dunque costretti a rimodulare i loro piani non potendo contare sulla libertà di manovra di Israele.