Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Era l’agosto del 2016 quando, nel nord della Siria, le milizie curde dilagavano ad ovest dell’Eufrate nella provincia di Aleppo, strappando allo Stato Islamico la città a maggioranza araba di Manbji; la presa di questo importante centro è stata salutata con un certo fervore da molti media occidentali, secondo cui l’arrivo dei curdi segnava di fatto l’inizio della fine dell’ISIS. Pur tuttavia, la battaglia per la conquista di Manbji è rimasta poi famosa soprattutto per uno scatto, diffuso sui social nei giorni successivi, in cui si notava una ritirata ordinata da parte degli uomini fedeli ad Al Baghdadi: era quella, di fatto, la prova che confermava il sospetto di un accordo tra l’ISIS ed i curdi che ha permesso agli islamisti di raggiungere altre zone controllate dalle bandiere nere. Oggi, a distanza di un anno e mezzo, si torna a parlare di Manbji: in città sono esplose importanti manifestazioni da parte della maggioranza araba, la quale non vede di buon occhio la presenza dei miliziani curdi; in alcuni casi, durante i cortei delle scorse ore sono spuntate anche bandiere siriane ed immagini di Assad.

I motivi della protesta

Tutto è iniziato dalla scomparsa di due giovani: Hannan Al-Jarivah, 25 anni, ed Abbud Al-Minkhan, 23 anni; di loro, dall’inizio dell’anno, non si è saputo più nulla fino a quando però, nei giorni scorsi, si è arrivati ad una tragica scoperta che ha confermato il più terribile dei presagi. I due ragazzi sono stati infatti trovati senza vita, con segni di tortura sul corpo, a pochi chilometri da Manbji: la popolazione, come riferisce l’agenzia turca Anadolu, si è riversata per strada accusando gli uomini delle milizie curde del rapimento e del successivo assassinio. Sui social, in tanti hanno chiamato a raccolta i cittadini arabi, i quali rappresentano la maggioranza nel cantone di Manbji nonostante il controllo dei militanti curdi; secondo quanto riferito su Twitter da numerosi testimoni, non sarebbe la prima volta che la popolazione araba viene bersagliata e presa di mira dalla coalizione curda, è per questo che dopo il ritrovamento dei cadaveri dei due ragazzi il dito è stato puntato proprio contro chi ha conquistato la città nell’agosto 2016.

I miliziani curdi avrebbero perso definitivamente il supporto anche delle locali tribù arabe, con le quali la convivenza non è stata certo esente da tensioni; i leader delle tribù di questa parte nord della provincia di Aleppo, hanno espresso la propria condanna per il rapimento e l’uccisione dei due ragazzi, chiamando anche loro a raccolta l’intera popolazione. Come già accaduto in altri contesti siriani e non solo, le principali notizie viaggiano soprattutto su Twitter: è lì che sono comparsi i primi video delle manifestazioni, dal social viene anche annunciata la chiusura dei negozi di Manbji nella giornata di domenica, in segno di lutto e di protesta. Alcuni utenti hanno però, a partire dal pomeriggio di questo sabato, fatto presente che in città per diverse ore della giornata mancherebbe l’energia elettrica e questo proprio al fine di limitare l’accesso alla rete internet; manifestazioni dovrebbero essere previste nei prossimi giorni anche a Kobane ed in altre città vicino Manbji, anche se quest’ultima indiscrezione non ha al momento trovato conferma.

Erdogan annuncia un’imminente azione anti curda

Difficile dire se le due circostanze siano collegate, è pur vero però che mentre a Manbjii si scatenava la prima vera protesta siriana contro la presenza curda, parlando dalla sede provinciale dell’AKP di Elazig (zona orientale del paese) il presidente Erdogan ha annunciato una nuova offensiva turca contro i curdi: “Proseguiremo quanto già fatto con l’operazione ‘Scudo nell’Eufrate’ha dichiarato ErdoganAndremo nei cantoni siriani di Afrin e Manbji e questo se i terroristi curdi non andranno via entro una settimana”. Il governo di Ankara, che ha per diversi anni appoggiato l’opposizione islamista ad Assad, si è ritrovato ad un certo punto con lo spauracchio di assistere alla nascita di una grande regione autonoma curda lungo i propri confini; è per questo che il suo esercito è penetrato a Jarabulus ed in alcuni villaggi della provincia siriana di Idlib, con il benestare di Mosca e Damasco che, in cambio, hanno ottenuto la fine della sponsorizzazione di numerose sigle jihadiste da parte di Erdogan.

Ma adesso, per l’appunto, l’esercito di Ankara potrebbe continuare i propri sforzi bellici sia ad Afrin che a Manbji; nei suo discorsi, il capo di Stato turco non ha mai menzionato le proteste in corso contro i curdi, dunque l’azione a cui ha fatto riferimento nelle scorse ore potrebbe essere stata pianificata nelle settimane precedenti, quando ancora non c’era il sentore di manifestazioni anti YPG nella città di Manbji. E’ bene anche specificare come già altre volte Erdogan, dal 2015 in poi, ha minacciato azioni di vasta scala contro i curdi in Siria; la presenza in piazza di cittadini siriani potrebbe rallentare i piani della Turchia, anche se di fatto tanto i manifestanti quanto gli stessi turchi hanno, in questa fase, un nemico in comune.

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