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Israele ha alzato l’asticella dello scontro con il nuovo regime siriano di Ahmed al-Sharaa, meglio noto come Abu Mohammad al-Jolani, cogliendo l’occasione per colpire a più riprese il Paese levantino dopo la caduta del rais Bashar al-Assad a dicembre. I raid aerei più recenti, avvenuti il 2 aprile, hanno la firma israeliana e un duplice destinatario: da un lato, la Siria islamista; dall’altro, il suo patrono regionale, la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, con cui il confronto per la definizione degli spazi di potere nel Medio Oriente contemporaneo è in continuo svolgimento e unisce elementi di cooperazione a fasi di esplicita competizione.

I nuovi raid israeliani sulla Siria

Quest’ultimo caso si è verificato il 2 aprile, quando come ha scritto Francesco Petronella sul sito dell’Ispi “l’aviazione israeliana, nel giro di 30 minuti, ha preso di mira obiettivi nel governatorato centrale di Hama, dove l’aeroporto militare è stato quasi completamente distrutto. Colpita anche la base di Tiyas, meglio conosciuta come T4, situata a est di Homs”.

Charles Lister del Middle East Institute ha calcolato che Israele ha lanciato 48 raid aerei sulla Siria dalla caduta di Assad a oggi, a partire dal devastante attacco di dicembre con cui gli F-35 e gli F-16 dell’Israel Defense Force disarmarono quasi completamente le difese aeree siriane demolendo batterie, stazioni radar, arsenali. Anche all’epoca lo scontro tra Israele e il suo vicino poteva esser letto nell’ottica del confronto geopolitico con Ankara.

Israele e Turchia condividevano importanti rivali regionali, la Siria e l’Iran degli ayatollah, un alleato comune nel Caucaso usato per pressare Teheran, l’Azerbaijan, e la volontà di essere gli intermediari per la proiezione strategica dei Paesi del Golfo. Ma dato che da un lato tanto la Turchia quanto Israele hanno entrambe la pulsione al controllo territoriale di determinate aree, hanno ambizioni crescenti di influenza e ambiscono a una sostanziale egemonia regionale e dall’altro le loro strategie sono amplificate dal muscolare atteggiamento dei leader (Benjamin Netanyahu e Recep Tayyip Erdogan) la definizione di interessi spesso necessita di assestamenti.

Un vigoroso patto di potere

Israele e Turchia non arrivano mai fino a colpirsi direttamente, ma certamente sanno come lanciare messaggi. I raid contro le truppe di al-Jolani da parte di Israele fanno il pari con le pressioni esercitate in passato dalla Turchia sui curdi siriani e non a caso arrivano dopo che al-Jolani ha, a suo modo, segnato un punto convincendo il Rojava e le comunità druse, storiche referenti dell’influenza israeliana nel Paese levantino, togliendo una leva operativa a Netanyahu. Al contempo, la Turchia sta cavalcando dall’ottobre 2023 l’affare Gaza e la critica alla violenza israeliana per legittimarsi nel mondo arabo.

Quello Netanyahu-Erdogan è un brutale negoziato permanente, di quelli che piacciono al Sultano di Ankara per considerarsi centrale in tutti gli scacchieri e servono al premier conservatore di Tel Aviv per poter tenere attiva l’emergenza continua che ne giustifica la permanenza al potere. Lo scacchiere è il Medio Oriente in ridefinizione. Le pedine i Paesi a sovranità limitata della regione. La posta in gioco le nuove zone d’influenza all’ombra del graduale sfaldamento del sistema multilaterale. Con buona pace dei popoli che si trovano in questo crocevia e della loro sicurezza…

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