In Gran Bretagna è scontro aperto circa la decisione da parte del governo May di aver preso parte al raid in Siria a guida statunitense. Il capogruppo del partito laburista inglese, Jeremy Corbyn, ha aspramente contestato la decisione di Theresa May di aderire alla decisione portata avanti da Donald Trump, e appoggiata dalla Francia di Macron, di condurre il bombardamento aereo su Damasco e sulla Ghouta orientale avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 aprile. 

Corbyn, infatti, sarebbe intenzionato a portare il fatto all’attenzione del Parlamento inglese, poiché considera l’attacco illegittimo sul piano del diritto internazionale, in quanto non autorizzato dalle Nazioni Unite, e fondato sulla base di prove inesistenti circa l’effettiva colpevolezza delle forze governative di Assad nel presunto attacco chimico condotto su Douma pochi giorni fa, nel quale hanno perso la vita circa 80 persone e oltre 500 sono rimaste ferite. Inoltre, il segretario laburista mette a nudo la posizione della May, in quanto ha scavalcato il parlamento, cui avrebbe dovuto chiedere il consenso per l’attacco. 

“La Gran Bretagna dovrebbe svolgere un ruolo di leadership per ottenere un cessate il fuoco nel conflitto, non prendere istruzioni da Washington e mettere in pericolo il personale militare britannico. Theresa May avrebbe dovuto chiedere l’approvazione parlamentare, non seguire le direttive di Donald Trump“.

Dal canto suo, come riferisce la stampa inglese, il primo ministro inglese si sarebbe difeso, sostenendo la legittimità e la legalità dell’attacco, ma ha scatenato una massiccia discussione politica con Jeremy Corbyn che l’ha accusata di recitare in un modo “legalmente discutibile” unendosi agli Stati Uniti e alla Francia nel bombardamento.

Il premier ha annunciato da un giorno all’altro che la Gran Bretagna avrebbe inviato quattro jet della Royal Air Force per bombardare un presunto impianto di armi chimiche a Douma, insieme alla coalizione a guida statunitense.

Parlando dalla residenza al civico 10 di Downing Street questa mattina, il primo ministro ha dichiarato: “Abbiamo convenuto che fosse sia giusto che legale agire in modo da intraprendere azioni militari per prevenire un’ulteriore crisi umanitaria. Non si trattava di interferire in una guerra civile e non si trattava di un cambio di regime”.

“È stato un attacco limitato, mirato ed efficace con chiari confini che ha colpito per evitare l’escalation e ha fatto tutto il possibile per evitare vittime civili”.

Corbyn, tuttavia, sostiene che le bombe non salveranno altre vite, e anzi, il primo attacco aprirà le porte ad una escalation di violenze anche peggiore, come riporta Reuters

Corbyn, sin dal principio, aveva saldamente difeso la sua posizione anti-interventista, sia per le questioni di legittimità, sia per le questioni legate alla veridicità dei fatti contestati ad Assad e al suo governo. Nei giorni scorsi, infatti, aveva rilanciato alla volontà espressa da parte di Theresa May di intraprendere l’azione militare, con delle affermazioni che auspicavano innanzitutto una certa verifica delle circostanze, dal momento che le prove su cui ci si è basati per condurre il raid sono soltanto delle presunte conferme da parte di attivisti e media che hanno diffuso contenuti apparentemente veritieri, ma senza che i membri dell’Osservatorio per le armi chimiche (Opac) si fossero recati sul luogo per effettuare le dovute indagini.

Corbyn già dal mese scorso aveva insistito su una linea dura nei confronti del governo Tory, in quanto già per ciò che riguardasse il caso dell’avvelenamento di Sergey Skripal, aveva espresso il suo disappunto per le misure diplomatiche attuate da Londra e dall’Occidente tutto. La verifica della provenienza e della responsabilità dell’avvelenamento di Salinsbury non è mai giunta, dunque le azioni sono da considerarsi ingiuste e precipitose. La poltrona di Theresa May sembra sempre più scomoda, e Corbyn di sicuro non farà nulla per salvarle il posto.