167 giorni di operazioni militari. Questo l’arco temporale del dispiegamento russo attivo in Siria. Secondo IHS Jane, società di intelligence della Difesa britannica, per mantenere l’asset operativo in Siria, il Cremlino ha speso tra i 5 ed i 7,5 milioni di dollari al giorno,  per una spesa complessiva stimata tra i 688 milioni di dollari ed 1,25 miliardi di dollari.Il bilancio della difesa russa per il 2015 è stato di 50 miliardi di dollari. Il lato economico è uno dei tanti aspetti del mosaico russo, conclusosi (solo in parte in realtà), con l’immediato ritiro del grosso delle truppe in Siria. Il primo gruppo aereo è già atterrato a Mosca. Il secondo è decollato questa mattina.Emanato il “Mission accomplished”, il corpo di spedizione russo ha concluso la sua operazione a breve termine. Ad onor del vero va ricordato che il dispiegamento militare russo, lo scorso settembre, è avvenuto senza promesse grandiose in merito a possibili gloriose vittorie sul campo.Il Cremlino ha assistito militarmente, in un momento in cui la fine del regime di Assad era data per certa dall’Occidente, il governo di Damasco. Sei mesi dopo, con secondo round di trattative in corso tra forze governative siriane e gruppi di opposizione, il governo lealista detiene ancora il potere.L’obiettivo russo di ripristinare la legittima autorità del Paese è stato raggiunto e Mosca ha recuperato un importante ex risorsa geostrategica sovietica che ospita basi navali ed aeree. Ma la strategia a breve termine del Cremlino, mai fino alla fine capita dalla Casa Bianca, è stata comunque efficace, ottenendo una “diversa percezione” della questione siriana”.I russi hanno posto il mondo dinanzi un bivio: aiutare Assad o fare vincere l’Isis? Ecco che allora si materializza parte della strategia russa, con Cremlino giocatore attivo nel Medio Oriente, ruolo che non ricopriva dalla fine dell’era sovietica, con utilizzo della politica estera per stabilizzare quella interna.Al di là delle simpatie, la questione economica in Russia resta precaria. Più di 200 miliardi di dollari in investimenti sono fuggiti dal Paese nel 2014-15. Il PIL si è ridotto del 3,7 per cento l’anno scorso, l’inflazione ha raggiunto il 17 per cento ed il rublo ha perso oltre metà del suo valore. Senza la fine della recessione, il PIL russo potrebbe cadere ovunque dall’1% al 3% quest’anno. L’inflazione rimane oltre l’8% ed i fondi del regime potrebbero esaurirsi già entro la fine dell’anno.Dopo il boom di consensi, i nuovi sondaggi russi per il grado di fiducia nelle istituzioni avrebbero raggiunto i minimi storici. La nostalgia imperiale della Santa Madre Russia ha scosso negli ultimi mesi il cuore dei russi, nel tentativo di recuperare la posizione di superpotenza dell’Unione Sovietica, temuta e rispettata a livello globale. Ed a sua volta, la popolarità di Putin è sostenuta in gran parte dai successi nella politica estera. Forse, quello che abbiamo visto, alla memoria ritornato i pensieri di Churchill, è solo la fine del prologo russo che però ha raggiunto il suo obiettivo, cambiando il corso degli eventi. Dal punto di vista internazionale, la dinamica politica è chiaramente cambiata.L’opposizione siriana, gli Stati Uniti, la maggior parte dei governi occidentali e gli alleati del Golfo, fino a sei mesi fa ritenevano la deposizione di Assad come conditio sine qua non per intavolare i negoziati di transizione. Oggi, invece, nonostante la costante retorica, i vari partecipanti al processo politico siriano sono giunti ad accettare che Assad mantiene un certo grado di capacità di resistenza.Putin, quindi, dietro la fedeltà del Cremlino verso i suoi partner, ha dimostrato la capacità di sposare gli obiettivi militari e politici in una campagna limitata, ma efficace. L’intervento russo ha cambiato notevolmente l’immagine del Cremlino nel mondo, dimostrando le capacità raggiunte grazie all’aumento della spesa militare. L’obiettivo è stato chiaro: dimostrare che non solo gli Stati Uniti sono in grado di proiettare la propria potenza militare del globo. Ma dopo aver inviato il messaggio, Mosca ha pensato bene di ritirare il proprio contingente ed i propri sistemi (alcuni moderni, altri già in servizio con l’Unione Sovietica) che, in alcuni casi, hanno anche palesato problemi di affidabilità perché al loro primo impiego operativo reale. La Russia è stata in grado di respingere, fortificando in anticipo le posizioni, le fazioni ostili sul campo, ma non è passata al contrattacco.Appare evidente, infatti, che se la Russia dovesse passare alla fase successiva, riprendere le grandi aree ancora sotto controllo dell’opposizione e dello Stato islamico, potrebbe non essere in grado di farlo con la facilità avuta nel mantenere le posizioni. Il Cremlino, è innegabile, è uscito di scena da vincitore, sfruttando l’opportunità dei colloqui di pace: imbattuto sul campo (e risparmiando cosi milioni di dollari da investire nel riarmo) in un impegno militare “limitato e di successo” e con perdite minime. La storia è si ciclica, ma si contestualizza.Dopo il rischieramento russo in Siria, lo scorso autunno, in molti paesi occidentali si era paventata la possibilità che l’opposizione siriana potesse ricreare un Afghanistan 2.0. Nonostante alcuni tentativi di aumentare le capacità militari dei ribelli con fornitura di missili TOW dietro mandato della CIA, la “trappola” occidentale non si è materializzata. In realtà, si temeva una vera guerra per procura tra Arabia Saudita e Russia. Così come la Turchia, pronta ad attraversare il confine siriano, ha dovuto spegnere i motori delle sue divisioni corazzate ammassate, dopo il mancato entusiasmo di Riyadh e Washington. La storia però insegna. Un intervento militare protratto nel tempo, genera malcontento popolare. Lo sanno gli Stati Uniti, ancora impegnati in Afghanistan contro i talebani o nel garantire la nascita di una nuova società in Iraq. La storia, sempre lei. Putin potrebbe aver seguito il copione utilizzato dall’URSS dopo anni infruttuosi di combattimenti in Afghanistan. Il regime siriano è stato stabilizzato, riarmato e rinforzato dalle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran e Hezbollah. Mosca, infine, ha lanciato anche un segnale forte a Riyadh, essenziale partner commerciale. Avendo salvato il loro alleato, Mosca rimane aperta ad un negoziato su un certo grado di decentramento. Alla finestra, c’è poi Rosoboronexport, l’ente statale per la vendita estera dei sistemi dell’industria bellica russa. Lo scorso anno ha venduto sistemi per 15 miliardi di dollari ad acquirenti stranieri. Le previsioni future, dopo la vetrina siriana, prevedono almeno il doppio delle vendite con, Cina, Vietnam, Iraq, Iran, Siria, Indian, Kazakistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Uganda, Nigeria ed Etiopia in lista d’attesa. Il ritiro russo dalla Siria andrebbe visto come il successo di piano tattico (ed una brochure multimediale per Rosoboronexport), non di una vittoria di una campagna militare.

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