Sono il fiore all’occhiello dell’esercito iraniano: la 65a Brigata aviotrasportata Nohed, i berretti verdi di Teheran.Nati all’epoca dell’ultimo scià quando, furono impiegati in Oman e in Vietnam nella lotta contro il comunismo, sono oggi al fianco di Bashar al-Assad e di Vladimir Putin nella guerra civile siriana.

Ad aprile è arrivata la conferma ufficiale del loro recente impiego. Il generale di brigata Ali Arasteh, vice-coordinatore delle forze di terra dell’esercito di Teheran, ha dichiarato che le forze speciali della 65a Brigata sono state inviate in Siria insieme ad altre unità dell’esercito per portare avanti la lotta contro i terroristi dell’Isis. Qui si affiancano a una nutrita presenza delle Brigate al-Quds, reparti speciali dei Pasdaran iraniani, corpo paramilitare impiegato diverse volte all’estero da Teheran.Ma per la 65a Brigata e per l’esercito – agli ordini del leader suprema della Repubblica islamica, l’ayatollah Khamenei – si tratta di una prima volta da più di un quarto di secolo. Era dagli anni ottanta, e in particolare dalla lunga e sanguinosa guerra con l’Iraq (1980-1988), che l’esercito iraniano non veniva impiegato fuori dai confini dell’Iran. Un evento simbolico di portata enorme, anche se per ora Teheran minimizza e parla ufficialmente, per le sue truppe, solo di un ruolo di “consiglieri militari”. Ma sono in molti a non crederlo possibile.A smentire questa ipotesi, anche i tanti caduti iraniani delle ultime settimane. Secondo i dati forniti dal Levantine Group negli ultimi giorni, questo aprile è stato per Teheran il secondo mese più sanguinoso nell’intera guerra civile siriana: 50 caduti, fra cui anche Mohsen Qeytaslu e Zolfaqari Naseb della 65° Brigata, impiegati nella controffensiva a sud di Aleppo.Sempre secondo questa fonte, Teheran avrebbe avuto negli ultimi sei mesi un numero di caduti pari o superiore a quello dei primi due anni di impegno militare in Siria. Sarebbero 280 gli iraniani morti in Siria a partire dal settembre 2015, data di inizio della campagna russa a fianco di Assad. Un tributo di sangue che inizia a pesare anche sull’opinione pubblica iraniana. Secondo le stime riportate dall’analista militare Abbas Qaidaari, si troverebbero oggi in Siria fra i 6.000 e i 7.000 soldati iraniani, e ci sarebbero fra questi tra i 100 e i 200 berretti verdi della 65a Brigata.Una presenza, quella iraniana, che ha avuto un impatto mediatico minore rispetto all’intervento russo, sebbene l’importanza sul campo non sia stata certo inferiore. L’impegno di Teheran in Siria, precedente rispetto a quello russo e tuttora in rapida crescita, sembra far intravedere a volte – a dispetto del collante della guerra terrorismo – come non manchino attriti e scintille fra iraniani e russi sul presente e il futuro della Siria.Un confronto, questo, che si vede oggi in atto anche in altri contesti, dal Caucaso all’Asia Centrale, dove Mosca si trova ad avere a che fare – spesso a malincuore – con la rapida ascesa politica, economica e militare di Teheran. E nonostante l’amicizia fra i due paesi e il comune interesse nel sostenere Assad, c’è il serio rischio che questo inizi a pesare.

Nel campo comunista di Goli Otok
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