Perché si parla così poco, almeno in proporzione alla gravità degli eventi, di quanto succede in Siria? Le ragioni sono molte. Intanto, c’è la massa di esperti, pseudo-esperti e puri e semplici fessi che per anni hanno raccontato che eliminando Bashar al-Assad la Siria sarebbe diventata una specie di Svizzera del Medio Oriente, con gli esponenti delle diverse comunità pronti a scambiarsi baci e mazzi di fiori. Mentre ora si vede succedere proprio ciò che i “cattivoni” (tra i quali molti cristiani locali, abituati a convivere con certe tensioni) prevedevano allora: cioè che Assad, delinquente la sua parte, teneva comunque in equilibrio una società frammentata lungo divisioni etnico-religiose profondissime e sempre pronte a esplodere. Adesso tutti stringono la mano ad Al-Jolani-Al-Shara, gli fanno i complimenti e tolgono le sanzioni con cui hanno affamato i siriani (non certo Assad e i suoi), però abbiamo già visto massacri di alawiti, bombe nelle chiese cristiane, scaramucce tra i sunniti di Hayat Tahrir al Sam e i curdi e adesso una guerra aperta tra i sunniti governativi di cui sopra e i drusi del Sud.
L’altra ragione per cui si parla poco e male di quanto avviene in Siria è il quadro internazionale, peraltro strettamente collegato a quanto detto finora. L’intervento militare russo del 2015 salvò il regime di Assad, che era ormai prossimo al crollo di fronte all’offensiva dei jihadisti appoggiati, in modi diversi e con sfumature diverse, dalle monarchie del Golfo Persico, dalla Turchia e dall’Occidente. Superata la fase più acuta dei combattimenti (diciamo, grosso modo, con la riconquista di Aleppo alla fine del 2016), la funzione della Russia in Siria si è trasformata in quella di tutore e controllore del regime di Assad e di una specie di grande equilibratore. Si leggono bene adesso, con le attuali contingenze, i patti non scritti che andarono formandosi negli anni. Con la Turchia a Nord, libera di ritagliarsi una fetta di territorio siriano per controllare i curdi e appoggiare le milizie islamiste (cfr Al Jolani non ancora Al Shara) nella provincia di Idlib. Con Israele, lasciato libero di bombardare le posizioni iraniane in Siria, anche se la Russia aveva dislocato nel Paese i sistemi antiaerei S-400. Con lo stesso Assad, al quale veniva garantita la sopravvivenza politica a patto che non andasse a cercarsi grane né a Nord (Turchia) né a Sud (Israele) né a Est, dove stazionavano gli americani.
Un’acrobazia tra potenze che cercavano di non farsi male, certo non un’opera di beneficenza. Che per un po’ ha anche funzionato. Finché Recep Erdogan (l’uomo che diceva, nel 2011, di voler andare a pregare nella moschea di Aleppo) ha pensato di potersi prendere tutto. Ha mandato all’offensiva Hayat Tahrir al-Sham e Al-Jolani ha indossato il doppiopetto di Al-Shara. Peccato che la speculazione di Erdogan abbia suonato il gong del liberi tutti. La Russia, perduto l’aggancio siriano, ha mollato tutto e si è spostata armi e bagagli in Libia. Israele a quel punto non ha avuto più freni: ha cominciato a bombardare la Siria (ennesima guerra preventiva) e, soprattutto, ha messo nel mirino il Golan, che in parte controlla (territori occupati) fin dal 1967.
Ed è qui, per restare agli ultimi eventi, che sono entrati in ballo i drusi. Quelli di Suweyda e non solo. I drusi, seguaci di una religione monoteista di matrice sciita-ismailita che fonde elementi islamici, cristiano-giudaici, induisti e tratti di filosofia greco-ellenistica e che si è diffusa tra Siria e Palestina intorno all’XI secolo, sono circa un milione e 200 mila, in gran parte in Siria ma anche in Libano, Israele e Giordania. Ovunque costituiscono comunità orgogliose e appartate. Ma il Paese in cui sono più integrati è proprio Israele, dove costituiscono circa il 2% della popolazione. Nel corso della guerra del 1948 i capi della comunità dichiararono la neutralità ma sul campo molti drusi sostennero la causa del sionismo. Nel 1957 i rappresentati delle comunità druse chiesero al Governo di Israele di essere riconosciuti come comunità non araba e da allora ai drusi vennero riservati percorsi educativi separati. Esponenti della comunità drusa vengono regolarmente eletti in Parlamento nelle file dei partiti non arabi. I drusi, a differenza degli arabi, servono nell’esercito di Israele e nel 2015 è stato sciolto, e integrato con gli altri reparti, il battaglione prima separato in cui militavano. Da lunghi anni esiste e opera il Circolo dei drusi sionisti e la lingua ebraica è sempre più praticata all’interno delle comunità.
I drusi di Israele sono concentrati nel Nord del Paese e nel Golan siriano occupato. E sono quindi a stretto contatto con la comunità drusa della Siria, a sua volta concentrata nel Sud del Paese. Nei lunghi anni della guerra civile siriana, i drusi hanno cercato in ogni modo di tenersi neutrali, temendo sia la reazione del regime di Assad sia i possibili attacchi delle formazioni islamiste. A questo scopo hanno anche formato delle milizie di autodifesa, che in parte hanno partecipato alla cacciata degli assadiani e alla conquista di Suweyda e Daraa. A differenza di quanto avvenuto in Israele, Bashar al-Assad non era mai riuscito a “conquistare” l’amicizia dei drusi e infatti a trattare con le comunità del Sud della Siria erano, negli anni ormai trascorsi, soprattutto i militari russi. E quando il nuovo regime degli uomini di Hayat Tahrir al-Sham ha cercato di proporre loro un patto di riconciliazione come quello stipulato con i curdi, chiedendo lo scioglimento delle milizie all’interno delle forze regolari siriane, si è scontrato con le vecchie diffidenze e, soprattutto, con una nuova situazione: le ambizioni di Israele, scatenate dalle stragi dei terroristi di Hamas del 2003.
Dopo un’infinita serie di bombardamenti (preventivi anche quelli, visto che la nuova Siria non aveva mostrato alcuna ostilità), gli israeliani hanno invaso la parte meridionale della Siria, arrivando con le avanzate estreme a pochi chilometri dalla capitale Damasco. La motivazione ufficiale di queste azioni (proteggere la comunità drusa) è perfetta. Conquista la fedeltà, peraltro già garantita, dei drusi di Israele. Attira quella dei drusi di Siria (sempre ammesso che possa essere tracciata una precisa demarcazione tra comunità che sono state divise solo dalle frontiere artificiali stabilite dall’occupazione del1967). E, ovviamente, porta un più che discreto contributo alla realizzazione del Grande Israele che è il sogno del sionismo di destra. I drusi di Siria lavorano per Israele, questo è chiaro, e sognano l’integrazione nello Stato ebraico. Cosa che sta giorno per giorno avvenendo.
Ultimo ma non ultimo: tutto questo compiace la comunità internazionale, che infatti osserva e silenziosamente approva. Il progetto che si intravvede è piuttosto chiaro: ridurre la Siria a un moncone disarmato, debole e impoverito, con il Sud trasferito a Israele, il Nord sotto la tutela della Turchia (che di certo sperava in meglio) e l’Est dei giacimenti di petrolio più o meno controllato dagli americani, che potranno aprire e chiudere il rubinetto. Per questo c’è la corsa a togliere le sanzioni e a gratificare Al-Shara: perché domani il suo Governo comunque non conterà un fico, sarà nulla più che un semplice punto d’appoggio per i giochi delle potenze, siano esse occidentali, mediorientali o arabe.
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