Prima la decisione di Donald Trump di ritirare le truppe statunitensi. Poi l’annuncio, forse un po’ prematuro, della sconfitta di Daesh. È accaduto in poche ore, ma le scelte politiche di Stati Uniti e, di riflesso, della Turchia potrebbero avere delle conseguenze. E non soltanto sulla Siria, stretta in un conflitto multiforme che dura dal 15 marzo 2011.

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L’annuncio del ritiro dei soldati americani dai territori siriani, infatti, potrebbe indurre Recep Tayyip Erdogan a espandere le proprie mire. Magari attraverso un attacco, largamente previsto dopo la comunicazione dell’amministrazione americana, all’area orientale del Paese in conflitto.

L’ipotesi di un protettorato turco

Secondo l’analisi di Annalisa Perteghella, ricercatrice dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, Erdogan potrebbe pensare di pianificare una specie di “invasione” con il fine di “instaurare una sorta di protettorato“. Ai danni dei curdi, ovviamente. Se così fosse, infatti, non sarebbe difficile individuarne le motivazioni. Secondo le analisi, Ankara non tollererebbe che, lungo i suoi confini meridionali, possano essere presenti forze riconducibili ai curdi del PKK. Che la Turchia, specialmente quella contemporanea, considera un gruppo terrorista. “Un’invasione per instaurare un protettorato, in fondo, è quanto già fatto nel nord-ovest della Siria, nel triangolo tra Afrin, Jarablus e al-Bab“, sostiene Perteghella.

L’isolamento dei curdi

E si correrebbe anche il rischio che i curdi, dopo aver contribuito a liberare il territorio siriano dalle milizie dello Stato Islamico, possano oggi trovarsi messi all’angolo da Ankara. “È molto probabile”, continua Perteghella, “che il nemico contro cui le forze curde hanno combattuto oggi non sia rappresentato dal regime di Bashar al-Assad, ma che sia proprio il Califfato”. Secondo l’analista, infatti, è “plausibile” che i curdi, ora, cerchino una forma di riconciliazione con Damasco. E aggiunge: “Potremmo assistere, di nuovo, a quanto già visto ad Afrin, nella Siria nord-occidentale, quando i curdi tentarono il riavvicinamento con Assad per evitare l’attacco turco”. 

La questione Daesh

E l’annuncio di Donald Trump di aver “sconfitto lo Stato Islamico”, secondo gli analisti, andrebbe analizzato sotto due diversi punti di vista. Almeno secondo gli analisti. Su un piano strettamente territoriale, gli uomini di Abu Bakr Al-Baghdadi, in Siria, sembrerebbero essere stati sconfitti. Molti dei territori conquistati in precedenza a oggi sono stati liberati. Ciò che non è ancora stato abbattuto è, invece, l’idea che ha dato origine al gruppo terroristico. La fragilità delle istituzioni religiose e dello stato, la spaccatura tra i gruppi e la ricerca di un’ideologia contro il regime totalitario degli Assad sono elementi che ne hanno favorito la crescita e l’espansione.

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La struttura orizzontale di Daesh, poi, ha contribuito a sedurre centinaia di giovani, sparsi in varie aree del mondo, che in quell’ideologia messianica hanno trovato una ragione di vita da contrapporre, spesso, all’emarginazione sociale delle periferie. A differenza di Al Qaeda, Daesh non possiede una struttura piramidale e, di fatto, chiunque può improvvisarsi un “soldato” del califfato. Da Nord a Sud. Da Est a Ovest. 

Perché la Siria riguarda tutti

Attualmente, la prospettiva che il conflitto siriano si concluda con la permanenza al potere di Bashar Al Assad, come se nulla in questi sette anni fosse accaduto, non è auspicabile. “Abbiamo visto in Europa i due prodotti tangibili della distruzione siriana e della destabilizzazione del Medio Oriente: il flusso di profughi in fuga verso i nostri Paesi e l’aumento della minaccia terroristica, con foreign fighters”, ha concluso la ricercatrice.