Il 19 luglio si sono tenute nel 70% della Siria le elezioni parlamentari. L’ultima tornata elettorale risale al 2016, ma al tempo il Governo del presidente Bashar al Assad non aveva ancora ripreso il controllo di aree come Goutha, Hama, Deraa o Aleppo. Essere riusciti ad allestire i seggi nella maggior parte del territorio siriano, comprese alcune province della regione di Idlib o del nord-est a maggioranza curda, è stato per Damasco un risultato importante, ancor più di quello delle stesse urne. Anche questa volta, tuttavia, non sono mancate le accuse di brogli, ma a protestare contro i risultati sono stati anche personaggi solitamente vicini ad Assad. E questo è un dettaglio importante.

Il cambio di alleanze

L’esito delle consultazioni parlamentari ha sancito come previsto la vittoria delle forze fedeli al presidente Assad: il suo partito, il Baath, ha conquistato 166 seggi mentre la Coalizione a lui vicina è arrivata ad un totale di 177 seggi. A diminuire rispetto alle tornate precedenti è stato invece il numero dei parlamentari indipendenti, che nel 2016 erano riusciti ad occupare 50 posti nel Parlamento. Le elezioni e lo spoglio dei voti hanno come sempre portato con sé voci di corruzione e frode dirette contro il Governo di Damasco e gli organi elettorali, accusati di aver modificato i reali risultati e di aver fornito dati gonfiati anche sull’affluenza alle urne. Ma a sorprendere sono state le proteste giunte tramite social da alcuni personaggi dell’élite siriana solitamente vicini al presidente Assad e che si sono trovati improvvisamente privati del loro potere politico. I casi più emblematici sono quelli di Sendos Mawardi e di Fares Shehabi. La prima, come riportato dal Washington Post, in una serie di messaggi pubblicati su Facebook ha denunciato la cancellazione del suo nome della lista elettorale a poche ore dall’apertura delle urne e ha chiesto che venisse creata una commissione investigativa per vagliare il risultato delle elezioni. “Alcuni candidati sono entrati in Parlamento pagando milioni”, è il testo di uno dei messaggi social di Mawardi.

Ancora più emblematico è però il caso di Fares Shehabi, noto imprenditore di Aleppo, che sempre tramite Facebook ha denunciato di essere stato estromesso dalla corsa elettorale. “Il messaggio è chiaro”, ha scritto Shehabi, “cieca obbedienza al crescente sistema di corruzione o esclusione e punizioni”. Il suo posto all’interno del Parlamento e del circolo più vicino al presidente sarebbe stato dato a Hussam al-Qaterji, imprenditore arricchitosi durante la guerra e finito nel mirino delle sanzioni imposte dall’Ue. La fine politica di Mawardi e Shehabi dimostra come l’élite imprenditoriale siriana classica, da sempre fedele al partito Baath e che in passato ha potuto contare sul sostegno del presidente, sia stata via via sostituita da nuovi soggetti diventati importanti durante gli anni del conflitto. A fare fortuna sono stati capi di milizie, militari e nuovi imprenditori che sono stati in grado di sostenere Damasco nonostante le sanzioni e le crescenti difficoltà economiche e che in tempo di elezioni sono stati premiati per il loro operato.

La situazione in Siria

Le elezioni parlamentari si sono tenute in un momento particolarmente delicato per la Siria. Il presidente Assad ha riconquistato gran parte del territorio grazie all’aiuto di Russia e Iran, ma fatica a riconquistare l’area di Idlib e non può ancora mettere le mani sul nord-est curdo in cui stazionano i soldati americani (posti a difesa dei pozzi petroliferi). A bloccare l’avvio della ricostruzione sono invece le sanzioni imposte a luglio dagli Stati Uniti e l’inflazione galoppante, che ha fatto aumentare vertiginosamente il costo della vita. A tutto ciò va poi aggiunto l’arrivo nel Paese del coronavirus, che è andato a colpire un sistema sanitario già fortemente danneggiato da anni di guerra. Le elezioni, come detto, sono state per Assad il simbolo di un ritorno alla normalità, ma la realtà è ben diversa da quella che il presidente sta cercando di presentare come tale.

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