Alla fine è stata scelta, e forse non a caso, una linea comune tra le forze siriane e quelle irachene: dopo la presa di Al Qa’im e dopo quella, sul versante della provincia di Deir Ez Zour, della stazione di pompaggio T2, Damasco e Baghdad hanno collaborato per ricostituire la linea di confine tra i due paesi ed avanzare verso Abu Kamal, ossia l’ultima città di importanti dimensioni ancora in mano all’ISIS. La sua liberazione, avvenuta nelle scorse ore, vuol dire quindi una sola cosa: la fine definitiva del califfato; la parole di quella proclamazione, che hanno riecheggiato in tutto il mondo dalla moschea principale di Mosul, avvenuta nel luglio 2014 ad opera di Al Baghdadi, oggi sono vane e superate. Lo Stato Islamico tra Siria ed Iraq non c’è più, anche la ‘battaglia dei confini’ di cui si è parlato nelle settimane scorse appare terminata a favore delle forze governative di Siria ed Iraq: non è soltanto sparito il califfato, ma anche lo spauracchio della formazione di uno stato settario nel deserto attraversato dalla linea creata a tavolino dagli accordi di Sykes – Picot del 1916.

La conquista di Abu Kamal

Scendendo dai campi petroliferi di Deir Ez Zour in direzione del confine iracheno e dell’autostrada per Baghdad, vi è uno dei posti di frontiera tra i più importanti del medio oriente: da un lato si trova l’ultimo lembo di territorio siriano mentre, dall’altro lato, appare la bandiera dell’Iraq; sul primo versante vi è la cittadina di Abu Kamal, il primo centro urbano della parte irachena è invece quello di Al Qa’im. Queste due città sono state le ultime vere roccaforti dell’ISIS: qui gli uomini del califfato, per attuare una propaganda in grado di far breccia nella popolazione sunnita locale, nell’estate del 2014 hanno mostrato la distruzione di un confine da sempre considerato dalle tribù che abitano questa zona del deserto come ‘artificiale’ e come soprattutto voluto dall’occidente; per tre anni questa frontiera non è, di fatto, esistita ed i seguaci del califfato hanno considerato Abu Kamal ed Al Qa’im come parti integranti del loro Stato Islamico.

Lo scenario è cambiato a partire dallo scorso mese di ottobre: l’esercito iracheno, oramai libero dagli impegni derivanti dalla logorante battaglia per la ripresa di Mosul e dopo aver conquistato anche le ultime sacche dell’ISIS presenti tra le province di Ninive e Kirkuk, si è lanciato nella battaglia per la liberazione di Al Qa’im e la ricostituzione del confine con la Siria. L’operazione è riuscita lo scorso 30 ottobre e questo ha avvantaggiato anche i soldati posti al di là del rinnovato confine siriano; da Damasco, è arrivato l’ordine di avanzare dalla stazione di pompaggio denominata ‘T2’, la quale si trova lungo l’oleodotto posto tra Baghdad e la capitale siriana, verso Abu Kamal. L’avanzata è stata parallela lungo le due parti della linea tracciata nel 1916; in tal modo, le forze fedeli al presidente Assad hanno potuto sfruttare la copertura da parte delle truppe irachene e coprire i 70 km che separavano il fronte dalla strategica città di confine.

Alle 10:35, ora italiana, di questo giovedì è arrivato il comunicato ufficiale da parte del Ministero della Difesa siriano: “Abu Kamal – si legge – può essere considerata interamente liberata dalla presenza dei jihadisti dell’ISIS. La conquista di Abu Kamal permette la definitiva caduta del progetto dei terroristi di controllare con proprie forze una buona parte del territorio siriano”. Damasco ha quindi ristabilito per intero la propria sovranità lungo il confine iracheno, anticipando in tal senso le mosse dell’SDF e quindi della coalizione filo curda la quale, nelle settimane scorse, dalla riva occidentale dell’Eufrate sembrava voler avanzare dritta verso Abu Kamal con l’obiettivo di poter controllare uno dei più importanti valichi di frontiera con l’Iraq.

Il califfato non c’è più

L’ISIS non è stato definitivamente sconfitto ed allontanato dalla Siria come dall’Iraq, pur tuttavia si può già ufficialmente parlare della fine dello Stato Islamico e dunque della composizione del califfato come entità statale a tutti gli effetti; Abu Kamal, oltre ad essere importante cittadina di frontiera, ha costituito assieme ad Al Qa’im di fatto l’ultimo centro abitato di una certa importanza dominato dalle bandiere nere dell’organizzazione jihadista. Senza più il controllo di quest’estremo lembo di deserto siriano, oramai non esiste più alcuna forma di presenza organizzata sotto forma di Stato da parte dei terroristi; i loro miliziani sono presenti soltanto in alcuni villaggi lungo l’Eufrate mentre in Iraq, secondo le ultime stime, controllerebbero una popolazione totale di diecimila abitanti sparsi in alcune sacche che costituiscono l’estrema resistenza dei più salafiti più facinorosi. L’esperienza dello Stato Islamico può dunque dirsi conclusa: quella lunga rincorsa, iniziata da Damasco e da Baghdad nell’estate 2014, volta alla riconquista dei territori inghiottiti dall’avanzata delle bandiere nere, può dirsi terminata e portata a buon fine. Adesso gli unici obiettivi rimasti riguardano i pochi villaggi da riguadagnare e sparsi nel deserto tra le province di Deir Ez Zour, in Siria, ed Al Anbar in Iraq.

Una vittoria iraniana

Ma, oltre alle considerazioni tutte interne alle dinamiche del conflitto siriano ed iracheno, dopo la caduta di Abu Kamal è bene registrare anche un altro importante fattore geopolitico che riguarda, nella sua interezza, la regione mediorientale: la fine definitiva del califfato la si deve soprattutto allo sforzo dell’Iran compiuto in queste ultime settimane, a cavallo tra Siria ed Iraq, ed a quello delle milizie sciite che, se non direttamente controllate da Teheran, sono quanto meno influenzate dalla leadership iraniana. Ad Al Qa’im, così come ad Abu Kamal, ad avanzare sono stati rispettivamente i militanti delle forze popolari sciite e quelli di Hezbollah; un video diffuso su Twitter certifica ufficialmente quest’ultima circostanza: nelle immagini, si vede l’abbraccio tra militanti sciiti provenienti dal fronte iracheno e miliziani del ‘Partito di Dio’ libanese. E’ dunque inequivocabile come, di fatto, le ultime spallate date al califfato sono opera soprattutto di Teheran il cui governo ha inviato sul campo anche alcuni ufficiali del proprio esercito e dei Pasdaran.

L’Iran esce dunque vincitore dalla lotta al califfato, almeno nel quadro degli equilibri mediorientali: non solo potrà giocarsi, in futuro, la carta dell’espugnazione ad opera di milizie a sé vicine delle ultime roccaforti dell’ISIS, ma ha creato in tal modo anche un vero e proprio ‘corridoio sciita’ garantendo un diretto collegamento tra Damasco e Baghdad, capitali di Stati retti da governi sciiti e dunque adesso ancora più vicini alle posizioni di Teheran. Non è un caso che, dalle parti di Riyadh, si manifesti in queste ore un certo nervosismo: per i rivali sauditi, la caduta di Abu Kamal rappresenta l’ultimo e definitivo smacco subito e rischia di apparire come una vera e propria consegna di buona parte del medio oriente all’influenza iraniana. Le dimissioni di Hariri in Libano, il giro di vite tra ex ministri e uomini d’affari decretato dal principe Mohamed Bin Salman, i missili yemeniti che sabato hanno rischiato di colpire l’aeroporto di Riyadh, sono soltanto alcuni degli ultimi episodi che possono essere direttamente od indirettamente collegabili alla caduta delle ultime bandiere nere tra Siria ed Iraq.  

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