Da una settimana la città di Sweida, nel sud della Siria, è attraversata dalle proteste contro il presidente Bashar al Assad e il suo governo. Le manifestazioni con il passare dei giorni si sono estese anche a Majd al-Shams, nelle alture del Golan, zona occupata da Israele nel 1967 e riconosciuta di recente quale territorio israeliano dagli Stati Uniti. Di proteste contro Assad si sente parlare costantemente in diverse parti della Siria, ma il sollevamento di Sweida e Majd al-Sham ha un significato particolare dato che si tratta di due città a maggioranza drusa. I drusi infatti si sono mantenuti il più distanti possibile dalla guerra civile negli ultimi nove anni. Almeno fino a questo momento.

I drusi siriani

I drusi rappresentano il 3% della popolazione siriana (circa 22.5 milioni) e sono concentrati principalmente nella regione di Jabal al-Druze, nel sud della Siria, sulle alture del Golan e nei dintorni di Idlib. Si tratta di una minoranza divisa tra Libano, Israele e Siria la cui religione deriva da una branca dell’Islam sciita detto Ismailismo. A causa della loro fede sono spesso stati oggetto di persecuzione e nei primi anni della guerra in Siria sono finiti nel mirino di al-Nusra e delle milizie jihadiste nel nord del Paese.

I drusi, come detto, sono una delle minoranze che costituiscono la popolazione siriana e questo particolare ha avuto una grande rilevanza allo scoppio del conflitto nel 2011: anche i drusi hanno preso parte in alcuni casi alle manifestazioni che hanno interessato il Paese, ma la maggioranza è rimasta silente. Questo atteggiamento non è derivato tanto da un’adesione al regime di Assad, quanto al timore che la caduta del presidente alauita avrebbe comportato la presa del potere da parte della maggioranza sunnita, con un relativo peggioramento delle condizioni di vita delle altre minoranze religiose. Bisogna infatti ricordare che gli stessi alawuiti rappresentano circa il 20% della popolazione della Siria, contro il 71% dei sunniti.

Questa comune appartenenza alle minoranze del Paese ha influenzato l’atteggiamento di Assad nei confronti dei drusi, che sono stati generalmente risparmiati dalle repressioni messe in campo dal presidente contro i dissidenti nel Paese. Nel 2011 alcune manifestazioni contro il governo si sono avute anche nelle città a maggioranza drusa, ma l’intensità delle proteste e gli stessi slogan cantati dalla folla non erano paragonabili a quelli delle altre province della Siria scese in strada contro Assad. Come spiega Gary Gambill del Foreign Policy Research Institute, a influire sulla scarsa partecipazione dei drusi al sollevamento popolare hanno inciso anche il basso numero di giovani unito a un alto tasso di emigrazione, le migliori condizioni economiche e l’appoggio del clero druso a Damasco. La già bassa partecipazione di questa minoranza alle proteste ha continuato a diminuire quando i gruppi armati sunniti – e da un certo punto in poi jihadisti – hanno iniziato a governare la scena.

Le proteste e i rischi a livello diplomatico

La neutralità dei drusi però sembra stia venendo meno nelle ultime settimane. Come detto all’inizio dell’articolo, si sono registrate importanti manifestazioni anche nelle città a maggioranza drusa del sud della Siria. I manifestanti hanno chiesto la deposizione di Bashar al-Assad e ripreso quegli stessi slogan usati nel resto del Paese nel 2011 come “Bashar via”, o “La Siria è nostra e non appartiene agli Assad”. A scatenare le proteste è stato principalmente l’acuirsi della crisi economica e le ben poco rassicuranti prospettive future: il 17 giugno infatti dovrebbe entrare in vigore il Caesar Act americano, che imporrà nuove sanzioni contro chiunque aiuti Damasco nella ricostruzione del Paese.

A inasprire ulteriormente la situazione sta anche contribuendo la mancanza di grano e il rischio di una nuova crisi alimentare che Damasco sta cercando di scongiurare. Il presidente teme infatti che la crisi alimentare, unita a quella economica, porterà a nuove proteste anche nelle aree attualmente sotto il suo controllo, con ripercussioni sulla stabilità stessa dal governo, come dimostrano le manifestazioni della comunità drusa. Damasco inoltre dovrà essere particolarmente cauto nel reprimere le proteste se queste dovessero continuare o intensificarsi. La comunità drusa si trova anche in Libano e Israele, e già in passato sia Netanyahu che Walid Jumblatt (capo dei drusi libanesi) si erano detti pronti a intervenire in difesa dei drusi siriani.

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