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In un articolo pubblicato venerdì scorso, la nota testata finanziaria statunitense Bloomberg ha dichiarato che la campagna militare russa per sostenere il governo siriano di Bashar Al Assad e l’avanzata di quest’ultimo sulle città occupate dallo Stato islamico hanno costretto le autorità saudite ad abbandonare la loro idea di far terminare il governo di Damasco, mostrando al contrario un avvicinamento sempre più costante verso l’adozione della posizione russa sulla crisi siriana. Secondo quanto riportato dalla testata, ma anche confermato da una serie di azioni diplomatiche degli ultimi mesi da parte di Casa Saud, l’Arabia Saudita, che sin dall’inizio della crisi siriana nel 2011 si è opposta al governo di Damasco sostenendo le forze ribelli e consentendo al Daesh di avanzare, starebbe ora lavorando su progetti condivisi con Mosca che confermino la presenza di Assad al potere.

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Il cambiamento di posizione di Riad si può evincere da alcuni elementi-chiave, in particolare riguardo agli ultimi atti da parte della diplomazia saudita. I sauditi hanno ospitato un vertice dell’opposizione siriana il mese scorso, spingendo per un accordo tra gruppi di ribelli che non vogliono assolutamente mantenere Assad al potere e altri – molto più pragmatici – che si stanno dimostrano meno insistenti per la caduta. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è arrivato in Arabia Saudita proprio in concomitanza con questi colloqui – prima di una visita prevista a Mosca dal re Salman il prossimo mese – e ha tenuto una conferenza stampa con il ministro degli Esteri Saudita Adel Al-Jubeir a Jeddah per confermare la volontà dei due Paesi di tenere aperti e sempre forti i canali di comunicazione. Il cambiamento saudita segnerà un duro colpo per i ribelli siriani che hanno visto Assad riprendere il controllo di gran parte del paese negli ultimi due anni, sostenuti da Iran, Hezbollah ma soprattutto dall’appoggio politico e militare della Russia.

La decisione di Donald Trump, all’inizio di quest’anno, di concludere il programma di aiuti militari e di addestramento per i ribelli da parte della Cia, corollario della decisione che il principale obiettivo Usa in Siria era la sconfitta del Califfato e non la caduta di Assad, è stato certamente un altro segnale per i sauditi sul fatto che si dovessero gradualmente allineare alla posizione russo-americana raggiunta dopo la stretta di mano di Amburgo e concretizzata negli accordi di Astana. E anche il fatto che la Turchia, un altro sostenitore chiave dell’opposizione, abbia iniziato a lavorare con i russi dai negoziati di Astana e stia da tempo evitando di finanziare gruppi ribelli in funzione anti-Assad, dimostra che Riad fosse ormai isolata nel sostegno ai gruppi armati contrari al regime. Isolamento anche militare, visto che ormai i gruppi supportati dai sauditi, composti da terroristi del Daesh e ribelli che partecipano al fronte dell’opposizione, stanno ormai subendo continue sconfitte sul campo di battaglia.

Appurato che Assad non sia più una priorità all’interno del regime, un altro motivo per cui i sauditi cerchino di avvicinarsi alle posizioni di Mosca è il desiderio del regime di Riad di affrontare un altro alleato di Damasco, l’Iran, e con esso Hezbollah. Teheran e l’alleato libanese hanno dato un sostegno formidabile alla guerra combattuta dall’esercito siriano e oggi possono contare su un appoggio notevolmente più forte da parte del governo di Damasco, oltre che di un miglioramento delle capacità tattiche sul campo di battaglia. L’Arabia Saudita, in questo d’accordo con Israele e Stati Uniti, sa perfettamente che la Siria in questo momento è del tutto inserita all’interno del cosiddetto “crescente sciita” che collega l’Iran al Mediterraneo. Pertanto, un approccio più morbido nei confronti di Assad e, soprattutto, un riavvicinamento con le posizioni della Russia, fanno sì che l’Arabia Saudita possa quantomeno evitare di avere un governo nemico a nord e l’Iran e i suoi alleati che controllano un’area fondamentale del Medio Oriente.

La Russia vede l’Iran come un alleato strategico in Medio Oriente, e questo è stato confermato da Putin nell’incontro di Sochi con il premier israeliano Netanyahu, che era corso in Russia a chiedere al presidente russo di abbandonare Teheran e gli alleati libanesi. Tuttavia, gli interessi russi potrebbero in un certo modo sovrapporsi a quelli sauditi, secondo Yury Barmin, esperto del Medio Oriente al Russian International Affairs Council di Mosca. “L’hard power in Siria è la Russia”, ha detto Barmin, “ma i russi stanno lavorando per contenere l’influenza dell’Iran, e questo tema è qualcosa di cui si potrebbe discutere” con i sauditi.

La Russia sta cercando di acquisire legittimità internazionale per la sua campagna siriana e di evitare un conflitto militare aperto, incoraggiando Assad a raggiungere un accordo con i suoi avversari a Ginevra. Questi negoziati sono stati effettivamente bloccati per anni. Lavrov era nel Golfo Persico la scorsa settimana per un tour che includeva una tappa in Qatar, un altro sostenitore importante dei ribelli siriani e ha confermato che, pur con le dovute differenze, c’è l’interesse generale per concludere la guerra. E petrolio, guerra e Iran sembrano motivi estremamente validi per Riad per scendere a patti con Mosca.

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