Singapore nel segno della continuità (niente di nuovo)

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ll Partito d’Azione Popolare (PAP), forza politica di governo dal lontano 1959, viene confermato nelle elezioni generali dello scorso 4 maggio: 87 seggi, cinque dei quali guadagnati in assenza di concorrenti, garantiscono una maggioranza schiacciante in senso all’assemblea parlamentare della città stato, nella quale siederanno anche dieci esponenti del Partito dei Lavoratori (WP), la principale (e praticamente l’unica di un qualche rilievo) forza d’opposizione. Il PAP, inoltre, ha aumentato la percentuale dei consensi rispetto alle consultazioni del 2020, conseguendo il 65,57 per cento dei suffragi, contro il 61,24 di cinque anni fa, con un’elevata partecipazione al voto, che ha visto un’affluenza di 2.429.281 voti, su 2.627.026 degli aventi diritto (corrispondente all’incirca al 92 per cento).

Per la verità, al Partito dei lavoratori andranno dodici seggi, per via delle regole in vigore, in base alle quali quando l’opposizione ottenga meno di 12 parlamentari, automaticamente ai candidati perdenti con i risultati migliori vengono offerti un numero di seggi corrispondenti per colmare il “deficit”; una volta proclamati i risultati, il WP si è congratulato coi vincitori per il forte mandato ricevuto, seguiti a stretto giro dagli Stati Uniti, tradizionale alleato della città stato. Resteranno fuori del parlamento monocamerale le altre forze di opposizione, come il Progress Singapore Party (PSP), che perde i due seggi che aveva nella precedente legislatura, e il Partito Democratico.

Il leader del PAP, e primo ministro dal 2024, Lawrence Wong ha commentato che “i risultati metteranno Singapore in una posizione migliore per affrontare questo mondo turbolento”, mentre il presidente della Repubblica – anch’egli esponente del Partito d’Azione Popolare – Tharman Shanmugaratnam ha dichiarato che i suoi cittadini “restano uniti nel volere il miglior futuro possibile per il nostro Paese”, aggiungendo in un post sui suoi social che “i singaporiani non hanno assistito né a una perdita di fiducia nella politica, né alla netta polarizzazione di opinioni che travolge molti altri Paesi”.

Gli elettori della città stato hanno manifestato così un forte senso di continuità, preferendola alle richieste dell’opposizione di maggiori controlli ed equilibri.

La storia della democrazia singaporiana non è semplice da riassumere in poche righe. Rinviando alla serie dedicata alla città stato curata dal nostro Federico Giuliani, potremmo dire che siamo in presenza di una sorta di democrazia “incompiuta”, caratterizzata – come si legge su Freedom House – da un “quadro elettorale e legale costruito dal PAP, che consente un certo pluralismo politico, ma limita la crescita di partiti di opposizione credibili e limita la libertà di espressione, riunione e associazione”, situazione rimasta immutata anche dopo la scomparsa, nel 2015, di Lee Kuan Yew, il padre della «città Stato», che ha trasformato un piccolo villaggio di pescatori, in uno dei principali hub finanziari del mondo.

Del resto, e anche di questo abbiamo dato ampiamente conto, è più che discutibile che un Occidente alle prese con molte criticità, si metta a dare patenti di democraticità al prossimo.