Silvio Berlusconi verrà ricordato come uno dei presidenti del Consiglio più atlantisti nella storia di questo Paese. Non solo per le sue idee (apprezzate dai diversi inquilini della Casa Bianca che si sono susseguiti nel corso degli anni), ma anche per la stima personale provata dai leader del mondo libero nei confronti del quattro volte premier italiano.

Così George W. Bush lo accoglieva nel 2008 alla Casa bianca: “Ho il piacere di dare il benvenuto a un ospite straordinario, un uomo di successo, uno statista di una grande nazione e un caloroso amico degli Stati Uniti”. Pochi, in Italia, potevano vantare una rete internazionale di amicizie come quella di Berlusconi. Il rapporto, anche umano, con l’allora presidente repubblicano conobbe il suo momento più alto sei anni prima, nel 2002, quando vennero firmati gli accordi di Pratica di Mare, l’ultimo, serio tentativo di una normalizzazione delle relazioni tra la Nato e la Federazione russa di Vladimir Putin. Berlusconi rivendicò quell’intesa sostenendo di aver “fermato la Guerra fredda”, ma riconoscendo sempre la supremazia Usa, unico bastione globale della libertà.

Il Cavaliere, figlio dell’epoca bipolare e protagonista della parentesi unipolare a guida americana, ha individuato negli Stati Uniti la stella polare della sua politica estera. “Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver aiutato il mio Paese a vincere la povertà e a conseguire crescita e prosperità dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie alla generosità del Piano Marshall”, disse Berlusconi durante lo storico discorso pronunciato l’1 marzo 2006 al Congresso Usa, diventando il secondo capo di governo italiano dopo Bettino Craxi a parlare davanti ai parlamentari statunitensi riuniti in seduta comune.

Ma al di là dell’innegabile vocazione a stelle e strisce del compianto leader di Forza Italia, è un fatto storicamente accettato che i suoi esecutivi (1994, 2001, 2005, 2008) abbiano impresso una poderosa svolta atlantista nella politica estera italiana. Giurando prima di tutto fedeltà all’Alleanza atlantica e alle relazioni bilaterali con Washington, come dimostrano le designazioni di Antonio Martino e Franco Frattini alla Farnesina. E riuscendo, inoltre, a superare i pregiudizi ideologici nei confronti dei leader di fazione opposta.

Quando l’amministrazione Obama chiese all’Europa un maggiore sostegno alla missione Nato in Afghanistan, il governo Berlusconi fu uno dei primi a prodigarsi per aumentare il contingente di mille soldati, più di qualsiasi altra nazione europea. Una dimostrazione di lealtà.

Lealtà che non mancò durante l’invasione dell’Iraq, ma senza mai perdere la lucidità di fronte agli errori occidentali: nel 2006 spinse il governo americano a delineare un calendario per il ritiro dal Paese. O come quando, pressato su tutti i fronti (anche interni), cercò di evitare la catastrofe libica nel 2011, da lui profetizzata.

Sul piano politico, invece, l’allineamento con il Partito Repubblicano Usa non solo era naturale, ma rappresentava, per Berlusconi, l’unico modello e sbocco possibile per riunire tutte le anime della destra italiana sotto la stessa bandiera, un appello rilanciato fino a qualche mese prima di morire. Nel 2008, alla vigilia delle elezioni presidenziali, si rifiutò di prendere ufficialmente posizione, ma disse, scherzando, di fare il tifo per il candidato dell’Elefantino, John McCain, perché “era più vecchio di lui”.

Nonostante i suoi avversari, soprattutto all’estero, abbiano cercato in tutti i modi di trovare analogie con Donald Trump, il Cav dichiarò nel 2016 che, pur ammettendo alcune somiglianze, “la mia storia di imprenditore è molto diversa da quella di Trump, che non ho mai avuto occasione di conoscere”. Aggiungendo, qualche anno dopo, che The Donald “ha il vizio di decidere in fretta”. D’altronde, Trump, con cui adesso condivide le disavventure giudiziarie, ha ereditato la sua ricchezza dal padre; Berlusconi, il self-made man italiano per antonomasia, ha costruito sulle sue spalle un impero.

La cesura con il radicalismo trumpiano è arrivata dopo la mancata rielezione nel 2020. Il Cavaliere si congratulò subito con Biden, mettendo in guardia dal “populismo di Trump” che nel gennaio 2021 ha scatenato l’assalto a Capitol Hill, prontamente condannato dal leader di Forza Italia. “Una destra che assalta il Congresso – ha commentato in un’intervista al Giornale – non sarà mai la nostra destra, noi liberali siamo un’altra cosa”.