Sicurezza energetica: l’Italia punta sull’Azerbaigian

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Il proseguimento e l’aggravamento della guerra in Ucraina hanno messo in letargo il partito della distensione europeo, sino a ieri incardinato sull’asse Parigi-Berlino e sulla silente-ma-presente Roma, ricompattando (quasi) l’intera Unione europea attorno agli Stati Uniti e conducendo all’approvazione di sanzioni senza precedenti nei confronti della Russia.

Le economie nazionali più legate al mercato russo temono i contraccolpi del regime sanzionatorio e frenano sulla forma, ma non sul contenuto, del grande disegno dell’amministrazione Biden per il disaccoppiamento delle due Europe. Non si contesta la necessità di ridurre la dipendenza dai prodotti energetici provenienti dalla Russia, che peraltro era un obiettivo precedente alla guerra – esposto nelle varie strategie comunitarie per la sicurezza energetica –, ma se ne mettono in discussione le modalità e le tempistiche.

L’Italia, nel mezzo del dibattito tra i fautori della diversificazione pragmatica e i sostenitori del disaccoppiamento traumatico, sembra che stia puntando su due cavalli: l’aumento degli acquisti regolari dai partner strategici ricchi di risorse naturali, come l’Azerbaigian, e la lungimiranza dell’ENI, che ha già preannunciato dei piani per lo sganciamento dal mercato russo – con il nucleare che (finalmente) potrebbe giocare un ruolo-chiave.

Di Maio a Baku

Il governo Draghi scommette sui giacimenti di gas naturale dell’Azerbaigian per mitigare i danni e ammortizzare i costi dello sganciamento dal mercato russo nel breve termine. Era prevedibile, visto il sodalizio adamantino che unisce Roma e Baku – del quale il Gasdotto Trans-Adriatico (TAP, Trans-Adriatic Pipeline) è il fiore all’occhiello –, ed era ed è anche auspicabile: potenziare le infrastrutture esistenti è (molto) diverso dal crearne di nuove.

Il governo Draghi e la presidenza Aliyev hanno suggellato il patto nel corso di una breve-ma-intensa due giorni che, a inizio aprile, ha traghettato Luigi di Maio e Manlio di Stefano a Baku. La visita, inoltre, ha avuto un che di simbolico, in quanto compiuta in prossimità del trentennale delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, stabilite l’8 maggio 1992.

L’agenda della diplomazia italiana è stata fitta e densa di incontri: una bilaterale con Ilham Aliyev, un faccia a faccia con il titolare del Ministero degli Esteri, Jeyhun Bayramov, un vertice con il ministro dell’energia, Parviz Shahbazov, e la partecipazione alla prima sessione del Dialogo strategico Italia-Azerbaigian. E nelle pause degli incontri, che non sono stati soltanto questi, di Maio e di Stefano hanno preso parte alla posa della prima pietra dell’Università Italia-Azerbaigian, che sarà localizzata dentro il campus dell’università ADA, e alla conferenza “Azerbaigian-Italia: percorso verso un partenariato strategico multidimensionale”.



I risultati del tour

Il tour del capo della Farnesina è stato l’occasione per fare il punto della situazione, cioè per discutere dello stato di salute del partenariato strategico, e per coordinare un piano d’azione alla luce della crisi energetica in corso e dell’obiettivo del governo Draghi di cominciare il disaccoppiamento dal mercato russo del gas. Riguardo il primo punto, Baku ha osservato come:

Riguardo il secondo punto, cioè l’ampliamento del partenariato strategico – conveniente sia all’Italia per esigenze energetiche sia all’Azerbaigian per calcoli politici ed economici –, il tour ha prodotto diversi risultati:

Di cos’altro abbiamo bisogno?

Alla cosiddetta “diplomazia energetica” inaugurata dal governo Draghi all’indomani della guerra in Ucraina potrebbe servire un tassello sino ad oggi mancante: la (ri)scoperta di mercati caduti nell’oblio a causa delle tensioni internazionali, come Iran, Libia e Venezuela.

L’aumento degli acquisti di gas naturale di provenienza azerbaigiana è importante, anzi essenziale, ma potrà sopperire ai fabbisogni del mercato italiano soltanto in parte per via di due fattori: capacità delle infrastrutture e dimensione dei giacimenti. L’Italia, che è il quarto più grande consumatore di prodotti energetici dell’Europa e si rivolge alla Russia per soddisfare quasi il 50% della propria domanda, avrà bisogno di ampliare notevolmente i propri orizzonti all’insegna di una parola dal doppio significato: diversificazione. Dove doppio significato equivale a dire: nuove fonti energetiche – pulite e rinnovabili – ed espansione dei partenariati.



Le possibilità dell’Italia sono tante, da Egitto ed Algeria alle petromonarchie della penisola arabica, ma tre teatri andrebbero esplorati più degli altri: l’Iran e il Venezuela, dei quali la diplomazia nostrana potrebbe favorire il ravvicinamento all’Occidente – avendo le carte per intromettersi nei processi negoziali intavolati dalla presidenza Biden –, e la trascurata Libia, la sorgente del Greenstream che va pacificata a tutti i costi – pena il dover sopportare dei costi insopportabili: tra possibili sabotaggi alle rotte del gas e nuove ondate di “anarchia produttiva” ad uso e consumo altrui e a detrimento nostro.