“L’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto”. Quanto scritto da Omero nel Canto XI dell’Odissea, letto ai giorni nostri, può assumere la valenza di un manifesto politico-strategico. Sul profilo geopolitico, la Sicilia è pivot fondamentale e spesso colpevolmente sottovalutato da Roma. Ne completa la marittimità fornendole centralità e proiezione nel Mediterraneo. Si presta a piattaforma cruciale per scambi commerciali, connessioni e contatti intercontinentali. Ma non è pienamente sotto la disponibilità operativa del sistema-Paese.

La Sicilia è oggigiorno di fatto parte della sfera geopolitica statunitense, che permea l’isola sia attraverso la presenza di basi militari (Sigonella) sia per mezzo di hub di comunicazione (Muos di Niscemi) sia attraverso l’utilizzo delle infrastrutture di rete come i cavi sottomarini. Il “Sicily Hub” dei cavi sottomarini è centrale nella determinazione delle comunicazioni tra l’Europa, l’Africa e l’Oriente. Washington ha pienamente compreso, sin dall’invasione dell’isola da parte degli Alleati nel 1943, il peso strategico della Sicilia. Per l’Italia, oggigiorno, appare doveroso fare lo stesso.

Periferia meridionale dell’Italia e di un’Europa oggi da diversi decenni imperniata sull’asse franco-tedesco, “continente in miniatura” per riprendere la fortunata espressione di Frenand Braudel, la Sicilia è in realtà caratterizzata da un’intrinseca centralità geostrategica. Nel corso dei millenni sulle sue coste si sono alternati greci, fenici, cartaginesi, romani, vandali, ostrogoti, bizantini, arabi, normanni, francesi, spagnoli, austriaci; gli inglesi vi hanno messo più volte gli occhi addosso e, come detto in precedenza, gli Stati Uniti ne hanno fatto un pivot di primaria importanza nel Mediterraneo.

Non va sottovalutato che, di fatto, la Sicilia (o, per meglio dire, il canale di Sicilia) è il punto di confine diretto tra l’Italia, e con essa gli Stati Uniti, e due attori fortemente importanti per le strategie di Roma e della superpotenza a stelle e strisce: Turchia e Russiache installati in Libia condizionano le dinamiche del Paese e del Grande Mare. “L’Italia ha avuto” nota Il Sicilia, “un rapporto sempre difficile con questo tratto di Mar Mediterraneo, passaggio obbligato per il collegamento tra lo stretto di Gibilterra e il Canale di Suez. Una vera e propria arteria di connessione tra il sistema dell’Indo-Pacifico e il sistema dell’Atlantico”. Quasi mai il nostro Paese “è riuscito a controllare davvero ed efficacemente lo Stretto di Sicilia, nonostante venga sovrastato fisicamente. Una mancanza che evidenzia la difficoltà italiana a porre in essere strategie geopolitiche efficaci ma che esprime anche un limite culturale della difficoltà a pensare e a proiettarsi sul mare”.

Rilanciare la Sicilia, inserirla in una coerente strategia politica, economica e strategica per il Mediterraneo allargato è nell’interesse dell’Italia. Essa dalle coste meridionali della Trinacria può controllare e governare con attenzione le spinose questioni del canale che la divide dal Nord Africa, epicentro delle migrazioni e porta sul pre-carré libico e nordafricano su cui ci troviamo in posizione estremamente precaria. Rilanciandone le infrastrutture portuali e la connettività interna si possono trasferire sul suo territorio parte di quelle opportunità di sviluppo garantite dalla crescita dei traffici attraverso il canale di Suez e che oggi sono appannaggio di altre, più strutturate realtà (pensiamo a Tangeri in Marocco); congiungendola al Continente si possono portare fino a Siracusa, Agrigento, Gela le linee infrastrutturali Ten-T, dalla grande valenza geoeconomica; eradicando definitivamente le cause della precaria condizione politico-sociale interna e gli impatti della criminalità organizzata si potrebbe garantire una partecipazione completa della popolazione dell’isola allo sforzo collettivo di rilancio della Sicilia.

Parliamo di un’agenda per la Sicilia impegnativa e che è irrealizzabile nell’arco di uno o pochi anni. Ma anche di una sfida sistemica che può contribuire a definire il futuro dell’Italia nel Mediterraneo. In un mondo sempre più competitivo in cui le sfide sistemiche tra potenze impongono il controllo dei mercati, delle opportunità e degli spazi la disponibilità di un pivot mediterraneo come la Sicilia può essere decisiva per Roma. A patto di riacquisire coscienza geopolitica: non servono particolari innovazioni, dato che basta prendere consapevolezza di un consolidato trend storico che per secoli ha portato popoli, governi, imperi a guardare con attenzione e brama un’isola posta nel cuore del Mediterraneo. E dunque, più volte nella storia, trovatasi al centro del mondo.

 

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