La lungimiranza della diplomazia parallela e della grande imprenditoria ha condotto l’Italia a trovare tra Caucaso meridionale e Asia centrale delle nuove praterie sulle quali espandersi e prosperare, aggirando in tale maniera la multipolarizzazione del Mediterraneo allargato e del corno d’Africa avvenuta nel corso degli anni Dieci del Duemila.

Energia, cibo, sport e alta tecnologia; questo è il quartetto di mezzi che i piccoli e i grandi campioni nazionali hanno impiegato per permettere al Bel Paese di mettere radici nel vibrante mondo turcico, dall’Azerbaigian all’Uzbekistan, consentendogli di recuperare una parte delle perdite subite tra Balcani, Mediterraneo e Africa a causa degli errori di calcolo, della pavidità e del sostanziale immobilismo dimostrati dalla classe politica nostrana dinanzi all’avanzare (in)arrestabile di nuove e vecchie potenze.

La solerzia e il fiuto per gli affari che notoriamente caratterizzano i nostri diplomatici e i nostri mercanti-strateghi, però, potrebbero non essere sufficienti: un avamposto, invero, può durare nel tempo soltanto a patto di avere una “copertura di fuoco” adeguata, che di solito viene offerta dallo Stato di appartenenza. E i nostri giocatori, costretti a barcamenarsi tra mille difficoltà in quasi totale autonomia e in assenza di scudi protettivi, potrebbero trovare quella copertura di fuoco, oggi mancante, nelle nostre regioni e nelle nostre città globali, come Milano, Genova, Roma e Venezia. E nell’elenco delle regioni in grado di contribuire maggiormente alla difesa degli interessi nazionali dell’Italia all’estero figura e risalta la Sicilia, puntale dello Stivale, storico crocevia di popoli e culture sin dall’antichità e caput Maris Nostri.

Il potere morbido della Sicilia

La Sicilia è al centro ed è il centro del Mar Mediterraneo dall’alba dei tempi. La Sicilia è l’isola che è stata tutto, da seconda casa degli dei dell’Olimpo a magione di Allah, e che tutti volevano come propria capitale: fenici, greci, cartaginesi, romani, vandali, ostrogoti, bizantini, normanni, arabi, angioini, aragonesi, spagnoli, sabaudi, austriaci e borbonici. La ebbero, infine, gli italiani, che quivi avrebbero piantato la loro bandiera grazie ai Mille di Garibaldi e che, da allora, traggono una parte significativa del loro potere morbido dalla sua cultura e dalle sue tradizioni.

Perché l’Italia – ciò è innegabile – è conosciuta nel mondo anche per la Sicilia, le cui terre hanno cullato dei giganti della letteratura come Luigi Pirandello, Giovanni Verga e Leonardo Sciascia, il cui cibo è sinonimo di qualità in ogni continente – cassate, granite, limoni e arancini vengono esportati ovunque – e i cui figli hanno fatto la fortuna di Hollywood – si pensi al longevo genere gangsteristico (il primo film a stelle e strisce sul crimine organizzato italoamericano risale al 1906) o all’impronta di giganti come Al Pacino, Martin Scorsese, Frank Capra e Sylvester Stallone – e hanno plasmato la storia della prima e unica superpotenza del globo, gli Stati Uniti, regalandole musicisti – da Frank Sinatra a Lady Gaga –, scrittori – come Mario Puzo –, atleti – da Joe DiMaggio a Jake LaMotta – e politici – come Andrew Cuomo.

I traguardi della “siculo-diplomazia”

La Sicilia è il Mediterraneo, dunque, ma è anche molto di più: è un pezzo di Italia conosciuto ed esteso tentacolarmente in tutto il pianeta. Le implicazioni di una simile ramificazione, nonché di una tale popolarità, sono piuttosto evidenti: il Bel Paese potrebbe e dovrebbe capitalizzare geopoliticamente l’influenza culturale esercitata dalla Sicilia-idea, mentre la Sicilia-regione potrebbe e dovrebbe massimizzare il profitto derivante dallo sfruttamento della propria immagine, portando avanti una diplomazia parallela ma completamentare a quella italiana, che, nel complesso, possa rivelarsi in grado di procurare benefici sia a Palermo sia a Roma.

Fantapolitica? No, per niente. La Regione Sicilia ha già compreso il proprio potenziale e sta tracciando il percorso da seguire, come mostrato e dimostrato a più riprese con il Kazakistan, un partner fondamentale dell’Italia con il quale la politica sicula ha siglato accordi di cooperazione per l’esportazione in loco di prodotti Made in Sicily e approfondito il dialogo diplomatico – eloquente, a quest’ultimo proposito, la recente inaugurazione di un consolato onorario kazako a Catania.

Più che di asse tra Sicilia e Kazakistan comunque, si dovrebbe scrivere e parlare di asse tra Sicilia e mondo che conta (per il nostro interesse nazionale), alla luce della progressiva trasformazione di Catania in un crocevia di consolati onorari – tra le aperture più significative degli ultimi anni figurano quelle di Azerbaigian, Romania e Ucraina – e dei vari progetti che la diplomazia sicula sta concludendo in giro per il mondo – ultimo, in ordine di tempo, il “Renella”, siglato lo scorso maggio e concepito per “rafforzare le relazioni culturali, commerciali e imprenditoriali tra l’Isola e la Federazione russa“.

La Sicilia sta indicando la via alle nostre regioni, alle nostre città globali e alla stessa Italia, facendo leva sull’esportazione in simultanea di beni materiali – come i limoni – e immateriali – come la cultura – e costituendo delle micro-alleanze internazionali che, un giorno, potrebbero tornare utili all’intero sistema-Paese. Quello siculo, in sintesi, è un modello di internazionalizzazione di innegabile successo, avendo ribaricentrato il raggio d’azione dell’Isola dal Mediterraneo all’Asia inoltrata, e che, perciò, andrebbe studiato da Reggio Calabria in sù. Che Roma e tutte le altre città e regioni prendano appunti: in Sicilia si sta scrivendo una parte del futuro dell’Italia.

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