“Siamo sonnambuli, come nel 1914”: da Gaza alla Russia, parla l’ambasciatore Marco Carnelos

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Ambasciatore, partirei dalla Germania. Dopo la vittoria dell’AfD e il crollo di SPD e CDU alle ultime elezioni locali, il ministro della Difesa Pistorius ha annunciato l’invio di un nuovo pacchetto di armi per l’Ucraina. Come giudica questa scelta?

“È la dimostrazione plastica di quella definizione, attribuita apocrifamente ad Albert Einstein, sulla follia: «Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi ogni volta un risultato diverso». L’elettorato che ha votato AfD è un elettorato negletto da decenni. Parliamo di Länder che hanno subito un processo di deindustrializzazione massiccia a partire dalla riunificazione: interi comparti industriali sono stati trasferiti a Ovest o acquisiti, senza portare benefici reali a chi è rimasto. Da un punto di vista economico quei territori hanno avuto grossi problemi, e sul piano dei benefici sociali ne hanno avuti pochi — secondo alcuni analisi persino inferiori a quelli garantiti ai tempi della DDR. È un elettorato che da anni è, passatemi il termine, incazzato. Il risultato elettorale non dovrebbe stupire nessuno. Ciò che stupisce è che SPD e CDU si dicano ancora sorpresi: significa che non hanno più alcuna aderenza con la realtà, nessuna consapevolezza delle esigenze autentiche dell’elettorato tedesco”. 

Il cancelliere Merz ha deciso di tirare dritto. 

“Un partito intellettualmente onesto, di fronte a quel voto, dovrebbe cambiare registro. Invece la risposta è mandare altre armi in Ucraina: non hanno capito nulla. E se al prossimo test elettorale a Berlino l’AfD venisse confermata sopra la media nazionale — che è intorno al 22% — avvicinandosi al 25-30%, allora sì che si potrebbe dire che sono davvero ciechi di fronte all’evidenza”.

Restando sull’Ucraina: nei giorni scorsi c’è stato il viaggio degli inviati americani Witkoff e Kushner. Cosa ne pensa? 

“Anche in questo caso è andato in scena il solito repertorio di illazioni, come quelle sul capo della CIA John Ratcliffe e sull’aereo di grandi dimensioni utilizzato per il suo spostamento a Mosca.  La spiegazione, in realtà, è più semplice di quanto si voglia far credere: si trattava di un C-17A Globemaster III, quadrimotore da trasporto strategico della U.S. Air Force. Banalmente, un velivolo di quel tipo può trasportare il convoglio di auto blindate destinato a scortare il funzionario fino a Mosca, insieme ai dispositivi elettronici necessari a proteggere le comunicazioni: quando è in auto, lui vuole poter parlare, e l’abitacolo deve trasformarsi in una bolla di sicurezza a prova di intercettazione. Invece abbiamo letto un sacco di congetture e analisi tecniche”. 

Possiamo attenderci una ripresa dei negoziati? 

“Nessuno sa davvero di cosa abbia parlato Ratcliffe a Mosca con i russi. Le ipotesi si moltiplicano; subito dopo la sua visita sono arrivati anche Witkoff e Kushner, altri due emissari americani — segno che forse qualcosa si sta muovendo, anche se non si registrano ancora svolte concrete. Resta comunque una finestra temporale ristretta, un mese, al massimo due, per condurre operazioni militari sul terreno prima che l’inverno si abbatta sulle pianure ucraine: eventuali sviluppi dovranno arrivare in fretta, altrimenti la situazione tornerà a congelarsi. E qui va detto un punto con chiarezza: al di là della capacità ucraina di colpire sporadicamente qualche raffineria, sono i colpi inferti dai russi sul terreno a mettere Kiev in crescente difficoltà. Un dato che, temo, nella cronaca politica dei media occidentali non viene rilevato a sufficienza — e, temo, non per caso”.

Spostandoci in Medio Oriente: la sorprende la rivelazione di Haaretz secondo cui Netanyahu era stato avvertito in anticipo?

“Non è un caso isolato: negli ultimi tre anni le rivelazioni e i sospetti si sono moltiplicati. Ci sono stati anche moniti dell’intelligence egiziana rimasti senza seguito. La vera domanda è se questi avvertimenti siano stati ignorati per sciatteria — cosa che stento a credere in un apparato rodato come quello israeliano, abituato a non sottovalutare alcuna minaccia — oppure se dietro ci sia stato qualcosa che lascia pensare molto peggio. Non voglio arrivare a certe conclusioni, ma un’ipotesi del genere spaventerebbe, a dir poco. Nella migliore delle ipotesi c’è stata una palese sottovalutazione; nella peggiore, c’è ben altro. Va detto che gli Emirati Arabi, nel contesto degli Accordi di Abramo, avevano tutto l’interesse a lanciare quel monito: si rendevano conto che un attacco di quella portata avrebbe rappresentato un colpo potenzialmente mortale per gli Accordi, o quantomeno una gigantesca battuta d’arresto”.

E sul fronte iraniano? Negli ultimi giorni si è un po’ riscaldato, con qualche botta e risposta…

“Ricorda più una guerra di trincea da Prima guerra mondiale che una strategia definita: si attacca, si risponde, si contrattacca. È una corsa contro il tempo tra due scommesse opposte. Gli americani scommettono che l’Iran crolli prima; gli iraniani sperano che siano gli Stati Uniti a cedere, complice il peso del debito e il prezzo del petrolio tornato a 100 dollari al barile — fattori che a un certo punto potrebbero indurre Trump a dichiarare vittoria e mollare la presa. Una mossa che lo esporrebbe comunque a un contraccolpo d’immagine, ma su cui lui potrebbe contare proprio perché gli americani hanno una memoria molto breve: se i prezzi caleranno un po’ prima di novembre, quando si vota, avranno probabilmente già dimenticato tutto”. 

Nel frattempo, dodici Paesi, guidati dal Regno Unito laburista, hanno annunciato sanzioni contro i coloni israeliani…

“È un sussulto di dignità, se vogliamo, di un governo che almeno prova a onorare la tradizione laburista di stare dalla parte di chi soffre e dei più deboli. Ma diciamoci la verità: le sanzioni ai coloni fanno ridere. Bisognerebbe sanzionare il governo, non i coloni. È come dare uno schiaffetto sul polso a un ragazzino che ha commesso qualcosa di gravissimo”. 

E l’Italia non c’è. 

“Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che la risposta deve essere europea ma il Ministro sa benissimo che non ci sarà mai un consenso reale in Europa, perché la Germania in primis, e l’Italia in secondo luogo, affosseranno probabilmente qualsiasi misura più incisiva contro il vero bersaglio, che è l’attuale Governo di Israele”. 

Un’ultima domanda, tornando al punto di partenza: come si esce dalla narrazione secondo cui la guerra con la Russia sarebbe ormai inevitabile e ineluttabile? 

“In Germania sembrano in molti ad essere convinti che una mobilitazione bellica possa salvarli dal declino industriale, trasformando Volkswagen da produttore di automobili a produttore di carri armati — senza rendersi conto che le riconversioni industriali non si fanno dall’oggi al domani, e sono costosissime. C’è un tentativo costante, e temo deliberato, di alimentare una psicosi collettiva, spaventando a morte l’opinione pubblica. È qualcosa di spaventoso. Una situazione simile a quella descritta dal celebre saggio I sonnambuli di Christopher Clark sulle origini della Prima guerra mondiale: leadership che si muovono inconsapevolmente verso un baratro, ripetendo ostinatamente lo stesso schema, senza più essere in grado di fare un’analisi lucida della situazione. Anche a livello comunicativo si respira la stessa aria”. 

Ovvero? 

“Penso a chi, come qualcuno ha fatto con il generale Vannacci a Cernobbio, parlando di futuro dell’Europa e di crollo demografico, si limita a osservare che la gente non se la sente di mettere al mondo un figlio in condizioni economiche così difficili — un’osservazione tanto ovvia quanto disattesa da chi dovrebbe occuparsene. Certe platee, temo, perseverano nel restare disancorate dalla realtà. Una spiegazione politica, per ora, resta possibile; ma tracimando verso una guerra come sta accadendo in questo momento, si fa presto a scivolare verso una lettura quasi psichiatrica degli atteggiamenti di alcune classi dirigenti, che definirei cachistocratiche piuttosto che democratiche. E forse, più che di analisi politiche, servirebbe proprio quella.