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L’asse geostrategico ed economico globale si è spostato in Estremo Oriente. Lo sa la Russia, che si sta legando sempre di più alla Cina spinta anche dalle sanzioni dell’Europa, lo sanno gli Stati Uniti, che hanno nel “pivot to Asia” il fulcro della nuova politica di “hard power” di Trump, erede di quella “soft” di Obama. Mai come negli ultimi lustri si è assistito ad un intrecciarsi di alleanze economiche e militari che stanno ribaltando gli assetti strategici nell’area (o forse ne sono la conseguenza).

Non stupisce affatto quindi che il Segretario di Stato Rex Tillerson mercoledì scorso, alla vigilia del suo viaggio in India, abbia detto che “L’amministrazione Trump è determinata nell’approfondire sensibilmente modalità che permettano a Stati Uniti e all’India di ampliare la propria partnership”.

Partnership che si risolve in una serie di accordi bilaterali commerciali e militari che prevedono la fornitura da parte di Washington di UAV MQ-9 “Reaper” (22 già approvati dal Dipartimento di Stato a giugno), F-18, F-16 e di tecnologia navale per portaerei. L’India infatti dispone attualmente di una sola portaerei in servizio, la Vikramaditya da 45 mila tonnellate (la ex Admiral Gorshkov della classe Kiev russa), mentre la nuova portaerei Virkant da 44 mila tonnellate entrerà in servizio l’anno prossimo. In fase di design è invece la nuovissima portaerei che sarà presumibilmente a propulsione nucleare Vishal, da circa 65 mila tonnellate di stazza lorda. Questa nuovissima unità, che dovrebbe entrare in servizio nel 2025 ma presumibilmente subirà qualche anno di ritardo, sarà dotata di sistema CATOBAR come le portaerei americane ma avrà il sistema di lancio EMALS, ovvero con catapulte elettromagnetiche (le stesse delle nuove unità americane che tanti problemi stanno dando ai cantieri Usa). In effetti gli aiuti americani all’India in merito alla tecnologia per portaerei hanno a che fare proprio con questa nuova tecnologia, come riportano alcuni media specializzati indiani.

L’asse indo-americano non è una novità, già durante la precedente amministrazione alla Casa Bianca i due Paesi si erano ravvicinati rispetto alle posizioni precedenti che vedevano Washington molto più vicina ad Islamabad rispetto a Nuova Delhi, però per la prima volta un Segretario di Stato americano è stato esplicito su quello che è lo scopo di questa rinnovata amicizia. Tillerson nel suo discorso ha infatti detto che “L’India e gli Stati Uniti devono essere partner per equipaggiare altri Stati nella difesa della propria sovranità, costruire una connettività più grande e avere una voce più forte nell’architettura regionale che promuova i loro interessi e sviluppi le loro economie” e che “Stati Uniti e India hanno tutto l’interesse di mantenere lo status di principali partner nella Difesa espandendo anche la cooperazione marittima”. Il riferimento qui, nemmeno troppo velato, è ovviamente alla Cina, che rappresenta un rivale locale per l’India ed uno globale per gli Stati Uniti.

Il discorso di Tillerson, infatti, arriva a poche ore da quello di Xi Jinping al XIX congresso del Partito Comunista Cinese in cui il Presidente ha fissato tra gli obiettivi del prossimo quinquennio (ed oltre) l’ascesa della Cina nel consesso globale sino a diventare una potenza del calibro della Russia o degli Usa.

Tillerson è stato molto chiaro nel voler definire questa alleanza strategica con l’India in chiave anti-cinese e quindi con lo scopo di limitare la politica di espansione di Pechino che si sta esplicando non solo verso il Mar Cinese Meridionale o il Mar del Giappone, ma anche verso l’Oceano Indiano attraverso tutta una serie di alleanze e azioni di “soft power” che permettono al colosso asiatico di aggirare la “strozzatura” data dall’influenza americana sul controllo degli stretti della Malacca e di Bab el-Mandeb (senza dimenticare la base di Diego Garcia) e dalla pressione dell’India ai suoi confini meridionali. Per questo motivo Pechino si sta rivolgendo a quei Paesi nell’area dell’Oceano Indiano che ritiene possano rientrare per diversi motivi nella propria influenza, come ad esempio il Myanmar, Bangladesh o il Pakistan. E’ la strategia cosiddetta del “filo di perle” che permette alla Cina di assicurarsi delle linee di comunicazione navali stabili e sicure e di avere dei capisaldi commerciali e militari per poter operare liberamente in quella parte del mondo attraverso la quale passa la maggior parte delle merci.

La cooperazione tra India e Usa è stata anche suggellata dalla recente esercitazione militare che qualche mese fa ha visto le due Marine protagoniste in manovre congiunte (insieme al Giappone) nell’Oceano Indiano e che hanno indispettito non poco Pechino. Nuova Delhi però non intende ancora sbilanciarsi troppo – facendo parte dei BRICS –e gioca abilmente in campo internazionale guardando ancora alla Russia. Sabato 21 infatti è iniziata l’esercitazione INDRA-2017 che per la prima volta ha visto partecipare componenti di tutte le Forze Armate dei due Paesi: il contingente indiano inviato in Russia comprende 350 uomini dell’Esercito che hanno raggiunto il 249esimo Combined Army Range di Sergeevisky, 80 avieri con due Ilyushin Il-76, e due unità navali che hanno raggiunto il porto di Vladivostok per operare nel Mar del Giappone (una fregata ed una corvetta). Questa esercitazione, che si tiene dal 2003 e che ha visto la partecipazione dell’India a fasi alterne, arriva a pochi mesi da un importante accordo bilaterale tra Mosca e Nuova Delhi: i rispettivi ministri della Difesa hanno siglato, a giungo di quest’anno, una roadmap di cooperazione durante il 17esimo meeting della commissione intergovernativa russo-indiana per la cooperazione tecnico-militare; roadmap che getterà le basi per i futuri scambi di tecnologia militare tra i due Paesi.

L’espansionismo cinese ha quindi creato una nuova alleanza nell’area estremo orientale stringendo i legami tra due Paesi, l’India e gli Usa, che per motivi anche diversi non possono permettersi che Pechino diventi una potenza prima locale e poi globale. In tutto questo però la Russia, come abbiamo visto, ha ancora molte carte da giocare e si prevede che se riuscirà ad allearsi alla Cina in modo non subalterno – ovvero a non essere fagocitata dall’incredibile crescita economica cinese – potrà delinearsi una contrapposizione tra “dipoli” in Asia: da un lato Usa/India, dall’altro Cina/Russia.