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Verrà dibattuta al Congresso americano una legge che prevede la cessazione delle attività americane in Yemen. Si tratta della risoluzione “H.CON.RES. 81” e sarà dibattuta con buona probabilità già questa settimana. Fin dal suo inizio, datato 22 marzo 2015, il conflitto in Yemen non è mai entrato in maniera esaustiva all’interno del dibattito politico e pubblico.

La presenza americana in Yemen non si è fermata nemmeno di fronte ai massacri

Nemmeno le reiterate denunce da parte di organizzazione governative, ma anche delle stesse Nazioni Unite, contro le violazioni dei diritti umani poste in atto dalla coalizione saudita, sono riuscite ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica. Così pochi sono realmente consapevoli che gli Stati Uniti d’America supportano fin dall’inizio delle ostilità proprio la coalizione a guida saudita. La stessa che si è resa colpevole di bombardamenti efferati sulla popolazione civile yemenita.

Attualmente Washington supporta Riyad con il rifornimento per gli aerei (quelli usati per bombardare) nonché con assistenza tecnica per la scelta dei “target” da colpire. Insomma gli Stati Uniti sono coinvolti direttamente in quelle operazioni militari che causano la sofferenza degli yemeniti. Perchè Washington rischia così la propria immagine davanti all’opinione pubblica per un conflitto “secondario”?

Il cavillo legislativo trovato da Obama per intervenire in Yemen

Ufficialmente l’amministrazione democratica di Barack Obama scelse di intervenire a fianco dei sauditi appellandosi all’ “Authorisation for Use of Military Force” (AUMF). Si tratta nello specifico di una risoluzione che concede al Presidente il potere di “usare la forza senza l’approvazione del Congresso” contro “nazioni, organizzazioni, o persone che hanno pianificato, autorizzato commesso o aiutato gli attacchi terroristici che si sono verificati l’11 settembre 2001”. Si tratta di una risoluzione nata in seno all’amministrazione Bush Jr. e usata successivamente per la giustificazione legale degli interventi militari americani nel mondo (tra cui Iraq, Afghanistan e Somalia).

Per intervenire militarmente c’è bisogno dell’approvazione del Congresso

Per l’amministrazione Obama, dunque, la ribellione houthi yemenita è direttamente ricollegabile agli attentati dell’11 settembre. Le prove di questo? Non sono ancora chiare. Tuttavia la recente diatriba legale ha messo in discussione l’attività militare americana in Yemen. Secondo i sostenitori della nuova legge, tra cui l’esponente del Partito Democratico Ro Khanna, la partecipazione ad un conflitto da parte americana è da far rientrare nel War Powers Act, introdotto nel 1973. Secondo questa legge, qualsiasi intervento armato deve ricevere prima l’approvazione del Congresso.

Un atto che potrebbe rendere “illegale” l’attuale impegno statunitense a fianco dei sauditi. Tra le intenzioni e la pratica c’è però un abisso chiamato politica. Già la scelta interventista di Obama era stata frutto di precisi calcoli diplomatici. In un momento in cui sembrava essersi aperto un profittevole dialogo tra Washington e Teheran, gli storici alleati americani nel Golfo, sauditi in testa, incominciavano a storcere il naso di fronte a questa politica di apertura all’Iran. Così Obama, per accontentare tutti, avrebbe deciso di supportare l’azione saudita in Yemen, con crimini di guerra annessi. L’amministrazione democratica avrebbe così trascinato gli Stati Uniti in un pantano dove oggi sembra impossibile uscirne.

L’ascesa del principe bin Salman, da sempre sostenitore del conflitto Yemen, fa pensare ad un rinnovato impegno saudita nella guerra. D’altra parte l’attuale crisi diplomatica tra Riyad, Beirut e Teheran non sembra facilitare una distensione nello scenario yemenita, visto anzi come conflitto indiretta tra Arabia Saudita e Iran. Sarà dunque molto difficile che il Congresso americano approvi tale disimpegno militare, in un momento in cui il conflitto in Yemen è percepito dall’amministrazione Trump come un modo per contrastare la crescente influenza iraniana.