Una parola corre in questi giorni di bocca in bocca: “cacicco“. “Titolo dato ai capi indigeni delle Antille, e quindi dell’America centrale in genere, e del Perù” riporta Sua Santità Treccani. In senso traslato, il termine è diventato d’uso ricorrente nel linguaggio politico italiano-con un’accezione decisamente negativa-per indicare quella palude composta da capibastone e i loro vassalli, dittatorelli, capi e capetti vari nella politica locale: collettori di voti, fusi ai propri territori, istrioni spesso populisti (chi più e chi meno). Un termine onnicomprensivo da arrivare a includere perfino i mammasantissima delle diverse mafie regionali.
A tirar fuori dal cilindro il sempiterno riferimento ai capi indigeni è stato Giuseppe Conte, che il 7 aprile scorso ha scagliato l’arma cacicca contro il PD: “Via cacicchi e capibastone e saremo ancora alleati col PD!”, ha tuonato il leader dei Cinque Stelle. La richiesta perentoria è stata indirizzata alla segretaria del PD Elly Schlein in seguito alla crisi scatenatasi dopo l’inchiesta di Bari che aveva portato Conte a rinunciare alle primarie assieme ai Democratici. Dal campo largo al campo santo, senza passare dal via.
Giuseppe Conte, tuttavia, nel ricorrere al termine cacicco ha ripreso una recente affermazione di Schlein. Se per citarla di seconda mano o per pure esercizio intellettuale-tanto caro agli accademici- non è dato sapere. La segretaria dei Dem, infatti, in occasione dell’ultima assemblea del Partito aveva tirato fuori i cacicchi dalla manica. “Non vogliamo più capibastone e cacicchi!”, la toccò piano Schlein, puntando il dito contro i burosauri in casa propria. Ma a chi si riferiva? Il toto-nomi si era immediatamente scatenato, ingenerando una caccia tra le alte, medie e piccole schiere dei democratici. Ma se la folla piddina aveva applaudito alla verve della segretaria, sia il revival dell’appellativo che la polemica in sé, si erano spenti abbastanza velocemente. Ma non tanto da evitare in casa democratica il clima da ultima cena in stile “Sarò io a tradirti, Elly?“. Il riferimento andava senza dubbio alle reti tentacolari del partito sui territori, nonché a quegli esponenti nazionali che hanno fatto di alcune aree la propria roccaforte, soprattutto al sud. Il pensiero non è potuto che andare a Vincenzo De Luca, ma anche ai “residui bellici” del primo PD, che ancora fanno sentire forte l’influenza della vecchia guardia.
Nonostante gli esiti e gli intenti progressisti, anche Schlein ha citato di seconda mano. A utilizzare per primo il termine “cacicco” come ingiuria politica fu proprio un uomo che il PD l’ha fondato: Massimo D’Alema. Il divin Baffino aveva, infatti, utilizzato l’espressione nel 1997, quando da segretario del PdS prese di mira il partito dei sindaci stroncandolo come “accampamento di cacicchi” in un’Italia ancora ammaccata dal passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. Il cacicchismo anni Novanta aveva il volto di Francesco Rutelli, Antonio Bassolino (poi innalzato come bandiera sia da D’Alema che da Pierluigi Bersani, qualche anno più tardi) ed Enzo Bianco, che facevano incetta di voti sul territorio meglio dei partiti di appartenenza, in visibile imbarazzo. Ma soprattutto, il vertice non perdonava loro di avere il polso sull’uomo comune, coprendo un gap tra Roma e la base, gli elettori e i cittadini. Qualche riforma elettorale più tardi, questo ruolo è passato ai presidenti di regione, quelli che impropriamente e in maniera anche vagamente populista vengono indicati come “governatori”. Eletti direttamente dai cittadini, popolari, social, hanno visto la propria fama crescere nel tempo, soprattutto durante la pandemia, quando le regioni italiane si sono trasformate in piccoli feudi medioevali. Da Luca Zaia a Michele Emiliano, una nuova generazione di cacicchi attenta alla sicumera dei colleghi a Roma, come i sindaci tentarono di fare oltre vent’anni fa. Ci riusciranno? Ah saperlo. Ma la domanda sorge spontanea: chi resta avvinghiato alla poltrona romana, denunciando cacicchi a destra e a manca, è esso stesso cacicco?