Si intensifica l’assedio alla Cina

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Le relazioni tra Stati Uniti e Cina non sono mai state così fredde dal 1989 a oggi. Esperti e analisti hanno sottolineato come la pandemia di Covid-19, anticipata dalla guerra dei dazi, abbia contribuito letteralmente a congelare i rapporti tra le due superpotenze del XXI secolo.

A sentire le accuse, sempre più gravi, lanciate da Donald Trump e Mike Pompeo verso Pechino, il rischio è che il Dragone possa reagire provocando la controreazione di Washington. A quel punto il mondo si ritroverebbe a fare i conti con una crisi senza precedenti, che potrebbe attivare un complesso risiko di alleanze. Al momento quest’ipotesi è ancora remota. Eppure, se perfino l’influentissimo think tank cinese China Institutes of Contemporary International Relations ha stilato un rapporto come quello rivelato dall’agenzia Reuters, significa che il futuro è davvero in bilico.

Lo scorso aprile il paper è stato recapitato dal ministero della Sicurezza, con una certa urgenza, ai vertici del sistema politico cinese. Xi Jinping si è ritrovato davanti un potenziale campanello di allarme: il sentimento anti cinese globale è salito ai massimi dai tempi di Piazza Tienanmen. Altri due particolari non da poco. Primo: l’ondata di malcontento contro Pechino, spiegano fonti d’agenzia, è guidata dagli Stati Uniti. Secondo: nel peggiore degli scenari non è da escludere uno scontro armato tra Cina e Usa.

Movimenti americani a Guam

Inutile girarci intorno: quando parliamo di Stati Uniti e Cina, la Trappola di Tucidide è sempre in primo piano. Già, perché la conclusione del report è emblematica. Il governo americano considera l’ascesa economica della Cina una minaccia a tutto campo ma anche una sfida al sistema democratico occidentale. Nel Pacifico, intanto, ci sono da segnalare movimenti che non riguardano direttamente Pechino ma che potrebbero in qualche modo essere funzionali alla strategia americana del contenimento cinese.

Lo scorso 16 aprile, sottolinea National Interest, cinque bombardieri B-52H hanno lasciato l’isola di Guam per rientrare nel Dakota del Nord, nella base situata a Minot. Restando fedeli al Dynamic Force Employment – un concetto adottato dagli americani dal 2018 che punta sulla rotazione degli schieramenti e sul loro dispiegamento su più basi per sorprendere l’avversario – i B-52H sono stati sostituiti il primo maggio da quattro bombardieri supersonici B1-B Lancer.

Questo modello non può trasportare armi nucleari, come i B-52H, ma è in grado di imbarcare i missili anti-crociera furtivi LRASM e risponde meglio a una ipotetica ”guerra elettronica”. Ricordiamo che i B-1 sono stati dispiegati per l’ultima volta nella regione nel 2017. Adesso si trovano a circa 1.800 miglia dalle coste cinesi.

Infografica di Alberto Bellotto

 

I missili di Taiwan e le mosse del Vietnam

Accanto alle mosse americane nel Pacifico, la Cina farebbe bene a dare un’occhiata anche ai movimenti in corso nel Mar cinese meridionale, da decenni oggetto di contesa. Taiwan, la provincia ribelle, come viene definita da Pechino, a fine aprile ha lanciato Yun Feng, un nuovo missile da crociera in grado di raggiungere la Cina centrale e che presto ”entrerà nella produzione di massa”.

Non solo: pare che il National Chung Shan Institute of Science and Technology abbia sparato una serie di missili a medio raggio dalla base militare di Jiupeng, a Pingtun, la contea più meridionale dell’isola. Tra questi test avrebbe trovato spazio anche quello relativo al citato Yun Feng, dotato di un motore ramjet e capace di trasportare una testata semi esplosiva ad alta frammentazione.

E non è finita qui perché, poco distante da Taiwan, la Cina dovrebbe guardarsi anche dal Vietnam. Già, perché lo storico antagonismo tra i due Paesi per il controllo di ampie porzioni del Mar cinese meridionale sta spingendo da alcuni anni Hanoi ad un progressivo avvicinamento diplomatico e militare agli Stati Uniti. Detto altrimenti, questo processo sta portando il Vietnam ad assumere un ruolo sempre più centrale nelle politiche regionali di contenimento della Cina che Washington ha intrapreso nell’Indo-Pacifico.

Sono infatti tornate a circolare indiscrezioni di ambienti diplomatici internazionali in merito alla possibile concessione alla Marina militare Usa delle infrastrutture logistiche e portuali vietnamite presso la Baia di Cam Ranh, 290 chilometri a nord di Ho Chi Minh City. La concessione a lungo termine di tali infrastrutture garantirebbe agli Usa una base logistica di importanza strategica, non lontano dagli atolli del Mar Cinese Meridionale militarizzati dalla Cina.