L’amministrazione di Donald Trump perde un altro pezzo. Un pezzo pregiato, un pezzo da novanta, un personaggio di altissimo profilo che ricopriva una delle figure più importanti e delicate: Dan Coats, direttore dell’intelligence nazionale americana, cioè l’uomo incaricato di sovraintendere le 17 agenzie di intelligence statunitensi. Coats ha presentato a Trump le sue dimissioni, che diventeranno effettive a partire dal prossimo 15 agosto; la sua decisione è arrivata dopo mesi di scontri con il presidente riguardo vari dossier e dopo le ripetute critiche del tycoon nei confronti dei servizi segreti. Trump ha già annunciato su Twitter che il sostituto di Coats sarà John Ratcliffe, membro della Camera dei rappresentanti per lo Stato del Texas. Il cambio di direttori andrà a influenzare senza ombra di dubbio la politica estera degli Stati Uniti, dal momento che nelle prossime settimane Trump non avrà più alcuna opposizione interna da parte dell’intelligence in materia di sicurezza nazionale, un tema che ha coinvolge tra l’altro Russia e Corea del Nord.
Perché Coats si è dimesso
Le dimissioni di Coats sono arrivate all’improvviso ma erano nell’aria da diverso tempo, almeno a giudicare dai continui scontri dialettici avuti negli ultimi mesi dal direttore dell’intelligence con Donald Trump. La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, raccontano i media statunitensi, è la Corea del Nord, un nodo che Trump sta cercando di sciogliere in autonomia e con i suoi metodi. Coats aveva più volte manifestato preoccupazione per la strategia adottata dal tycoon e dal suo ottimismo dopo aver incontrato Kim Jong Un. “La Corea del Nord non è più una minaccia” aveva detto Trump, smentito però a più riprese dall’intelligence americana che nelle sue analisi attestava che “Pyongyang cercherà di mantenere le sue capacità di distruzione di massa e difficilmente rinuncerà alle armi atomiche”. Un’opposizione interna che non è certo piaciuta al presidente.
Corea del Nord e Russia: i dissidi con Trump
Le scintille tra Coats e Trump risalgono però al 2018, quando Trump, dopo aver incontrato in Finlandia Vladimir Putin, aveva pensato di licenziare il direttore dell’intelligence in seguito a un rapporto dei servizi segreti americani. In quelle pagine si attestava l’interferenza di Mosca nelle elezioni presidenziali del 2016; in più Coats era rimasto perplesso dal faccia a faccia del presidente americano con l’omologo russo. Nelle settimane precedenti l’incontro di Helsinki, il numero uno dell’intelligence aveva più volte sottolineato la pericolosità dei cyberattacchi russi per la democrazia degli Stati Uniti. Lo scorso gennaio le posizioni di Coats hanno cozzato con quelle di Trump per altri tre dossier: Iran, Siria e Corea del Nord. In uno dei suoi ruspanti tweet, Donald Trump invitò l’intelligence a tornare a scuola.
Una squadra di yesman
Coats rivestiva dunque un ruolo di primaria importanza e, tra le agenzie da lui supervisionate, rientravano anche la Cia e l’Nsa; tuttavia le valutazioni e i rapporti del numero uno dei servizi segreti americani sono stati smentiti, se non ridicolizzati, da Trump. E così sono arrivate le dimissioni di un altro funzionario di peso dell’amministrazione trumpiana. Prima di Coats hanno lasciato la Casa Bianca l’ex segretario alla Difesa James Mattis, e il segretario di Stato Rex Tillerson, senza poi dimenticare l’ex rappresentante presso le Nazioni Unite Nikki Halley. A prendere il posto di Coats sarà John Ratcliffell, il deputato texano fedelissimo di Trump che ha incalzato Robert Mueller, l’ex procuratore speciale per il Russiagate. Trump ha di fatto estromesso dalla sua squadra chiunque potesse remargli contro; il presidente è ora circondato da lealisti, un entourage di yesman pronti a dire di sì a ogni sua richiesta.
Le implicazioni in politica estera
Adesso la posizione di Trump è ancora più solida. Senza interferenze di alcun tipo il presidente potrà portare avanti come meglio crede le sue politiche in materia di sicurezza nazionale e i rapporti diplomatici con Russia, Cina e Corea del Nord. Coats agli occhi di Trump era un pezzo di deep state da estromettere per avere le mani libere, un ostacolo tra la figura del presidente e i rapporti diretti con i vari Putin e Kim del caso. Senza più alcun freno inibitore, Donald Trump accelererà al massimo per sciogliere i nodi rimasti nella politica estera statunitense, e lo farà senza chiedere il parere di nessuno. Nei prossimi mesi, dunque, non stupirebbe un nuovo colpo di scena con la Corea del Nord, ma attenzione anche a possibili sviluppi nella Trade War con la Cina e nella questione iraniana.



