L’istituzione simbolo del “sovranismo” finanziario tedesco potrebbe aver toccato il suo apogeo con la recente sentenza sul quantitative easing: aprendo il duello con la Bce, chiamata a giustificare i programmi avviati da Mario Draghi, il presidente della Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe, Andreas Voßkuhle, ha concluso il proprio mandato.

Formatosi tra Baviera e Baden-Württemberg, Lander centrali nell’egemonia economica tedesca in Europa, Voßkuhle è stato presidente del Bundesverfassungsgericht dal 2010 in avanti, ascendendo alla massima magistratura tedesca due soli anni dopo esser stato nominato membro della Corte su indicazione della sinistra della Spd.

Voßkuhle, 57 anni, a lungo docente di diritto pubblico tra gli atenei di Augusta e Friburgo, esperto in questioni economiche e commerciali, ha rivoluzionato la giurisprudenza tedesca nel corso della sua gestione del tribunale costituzionale di Karlsruhe. Nel lungo filo conduttore della giurisprudenza dell’istituzione da lui guidata, che si parlasse del Fiscal compact, del Meccanismo europeo di stabilità o dei piani della Banca centrale europea, c’è un’idea guida di fondo, così riassunta da Il Foglio: “C’è una precisa concezione dei rapporti tra Unione europea e stati membri che è tornata a echeggiare nella sentenza del 5 maggio: gli Stati restano i signori dei Trattati (Herren der Verträge) e l’Unione non è una federazione, ma un ente di collegamento tra stati (Staatenverbund) con un alto deficit di legittimazione democratica”. Il principio di sussidiarietà viene così ribaltato: l’Unione ha competenze nella misura in cui sono gli Stati a concedergliele, ma sempre in un rapporto gerarchico ben preciso.

La stessa capacità della Germania di adattare plasticamente il suo perimetro di conformità alle regole europee ne testimonia la centralità in Europa. Berlino e Karlsruhe rimangono i barometri della condizione di salute reale dell’Europa: e se il governo di Angela Merkel, come hanno fatto notare economisti come Sergio Cesaratto, ha selettivamente scelto di ignorare le regole sul surplus commerciale, la Corte di Karlsruhe è riuscita più volte a condizionare il diritto comunitario in funzione filo-tedesca.

La Corte di Giustizia del Lussemburgo è vista dalla controparte tedesca come subordinata al diritto della Germania. Il gioco delle tre carte straordinario che Berlino ha portato avanti negli anni le ha consentito di utilizzare le istituzioni Ue per chiedere il rispetto funzionale ai suoi interessi di determinate regole (come quelle di bilancio), ridurre la solidarietà europea e, al contempo, limitarne l’operato nei propri confini. Se gli Stati sono i “signori dei trattati”, prosegue Il Foglio, “la Corte di Giustizia Ue non ha un potere pieno di decidere sulla conformità degli atti delle istituzioni ai Trattati, ma è legittimata a farlo, fintantoché non leda i principi supremi degli ordinamenti costituzionali nazionali”.

L’era del giudice “sovranista” volge ora alla fine: Voßkuhle, che nel 2012 ha rifiutato anche la candidatura alla carica di presidente della Repubblica, passerà il testimone al successore già eletto dal Bundestag, l’ex deputato della Cdu Stephan Harbarth, non appena l’iter di nomina si concluderà. Mentre  il giudice relatore della sentenza del 5 maggio, Peter Michael Huber, ha davanti a sé due anni di mandato, per la Corte di Karlsruhe si prevede il passaggio verso l’ascesa di figure più “europeiste”, come la potenziale vicepresidente Doris König, indicata come unica voce contraria alla recente sentenza. La Corte cerca la pace con le istituzioni europee e teme la procedura d’infrazione? Più prosaicamente le conquiste del “giudice sovranista” sono oramai consolidate, e la Corte può andare avanti col pilota automatico. Forte del ruolo oramai consolidata di estremo grado di giudizio per qualsiasi norma si voglia portare avanti concretamente in Europa.

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