Dopo mesi di lunghi blocchi, ieri per la prima volta il confine polacco-ucraino ha visto i gruppi di agricoltori organizzati togliere il presidio permanente. Il grano ucraino diretto verso l’Unione Europea può, formalmente, tornare a circolare lungo l’arteria più strategica. Dopo che nelle scorse settimane il governo di Donald Tusk aveva dichiarato come infrastruttura strategica il confine, gli agricoltori polacchi hanno invertito la scelta presa a dicembre di presidiare attivamente il confine dopo che l’ex premier Mateusz Morawiecki aveva tagliato la strada a Kiev sull’accordo sul grano, mettendo di fatto il veto all’importazione europea di cereali prodotti in Ucraina nel settembre precedente.
La mossa degli agricoltori polacchi segna di fatto la fine della mobilitazione di massa del mondo rurale europeo e di quelle enormi rivolte dei trattori che in inverno hanno segnato il Vecchio Continente. Partendo proprio dalla zona di confine tra Polonia e Ucraina, al limite tra Centro e Est Europa, faglia che in nome della rivalità commerciale sul grano ha diviso due Paesi invece saldamente alleati nel contrasto alla Russia che ha invaso l’Ucraina. La cui economia dipende, in larga misura, dall’export cerealicolo che Varsavia non vuole, però, vedersi sovrapporre a quello nazionale. Pena un rischio importante per il settore primario nazionale.
Tusk intendeva risolvere da tempo la questione. L’Unione Europea, lo ricordiamo, discuteva da tempo l’acquisto di quote di grano ucraino a prezzi agevolati, contrastato dalla Polonia. I nazionalisti di Varsavia del partito Diritto e Giustizia al potere fino all’autunno scorso temevano che l’avvicinamento tra Ucraina e Ue fosse potenzialmente in grado di danneggiare le prospettive della Polonia sul fronte della ricezione di finanziamenti europei sui fondi di sviluppo e coesione e, soprattutto, sulla Politica agricola comune (Pac) dell’Ue, che rappresenta oltre un terzo del bilancio comunitario e alloca le risorse in proporzione all’estensione dei fondi. Come ricordavamo, “l’Ucraina, con le sue immense pianure adatte alle coltivazioni, dotata di una capacità di export agricolo quantificabile in 27,8 miliardi di euro prima della guerra, il 41% del totale dei valori dell’export nazionale, sconvolgerebbe la Pac entrando nell’Ue drenando risorse a Paesi estesi come la Polonia, sussidiando di fatto il suo grano con i fondi di Bruxelles”. Tutto questo senza tenere il fatto che, come ricorda la fondazione ambientalista Arc 2000, in Ucraina “i conglomerati gestiti da oligarchi potrebbero avere diritto a decine di milioni di euro in denaro dei contribuenti”.
Questo ha creato terrore e ansia tra i polacchi. Tusk è stato eletto premier alla guida della formazione popolare Piattaforma Civica promettendo di risolvere l’intricata questione dei rapporti polacco-ucraini presentandosi come l’uomo del nuovo rapporto tra Varsavia e l’Europa. Ma si è dovuto a sua volta scontrare con la realtà: i contadini, sostenuti dal partito di estrema destra Confederazione e al PiS, hanno tenuto botta fino alle recenti elezioni locali, che hanno visto sconfitta la coalizione centrista e popolare di governo. “Le giravolte del Primo Ministro polacco hanno spinto gli esperti e la comunità internazionale a chiedersi se egli sappia davvero come sedare i disordini degli agricoltori”, ha scritto Politico. Ora i valichi sono nuovamente aperti e il ruolo di Tusk è stato, nella scelta, relativamente marginale. Piuttosto, ha pesato oltre al timing elettorale anche la ripresa di consegne di armi occidentali a Kiev, che utilizzano i medesimi valichi a lungo bloccati. Il grano ucraino torna a fluire verso l’Europa mentre le armi occidentali tornano a fluire verso l’Ucraina. Ora bisognerà capire se nelle prossime settimane non saranno gli autotrasportatori polacchi a sostituirsi agli agricoltori nel bloccare i confini. Aprendo una partita che ha valenza tanto geopolitica quanto economica. E mostra quanto sia sottile una delle arterie da cui dipende la sopravvivenza del Paese invaso dalla Russia. Un’arteria legata a un Paese che condivide con l’Ucraina il timore e la fobia per Mosca. Ma non l’idea di trasformare la solidarietà militare in un’alleanza su temi di competizione palese come il commercio cerealicolo.

