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Dopo che i morti durante gli scontri seguiti all’ultima tornata elettorale hanno raggiunto quota 32, la Bolivia sembra intravedere uno spiraglio per uscire dalla crisi: domenica 24 novembre la presidente provvisoria Jeanine Áñez ha promulgato la legge che annulla ufficialmente le elezioni del 20 ottobre e ne indice di nuove nei prossimi cinque mesi.

“Questa era il principale obiettivo del mio governo, nuove elezioni nel minor tempo possibile,” ha dichiarato Áñez, accusando il suo predecessore Evo Morales di “aver cercato di manipolare la volontà di noi tutti montando una frode scandalosa,” secondo quanto riporta l’agenzia Noticias Fides.

Alle elezioni potranno partecipare tutti i partiti politici, incluso il Movimento al Socialismo (Mas) di Morales, ma all’ex presidente sarà proibito presentarsi.

“Le cittadine e i cittadini che sono stati rieletti in modo continuativo a un incarico elettivo durante due dei periodi costituzionali anteriori non potranno presentarsi come candidati allo stesso incarico”, si legge nel testo.

Si tratta di un punto fondamentale per le proteste che hanno attraversato le città boliviane dopo le elezioni del 20 ottobre. Il limite dei due mandati fu infatti sospeso da una sentenza del Tribunale Costituzionale proprio per permettere a Morales di partecipare alla tornata elettorale di quest’anno.

In un’intervista al quotidiano britannico The Guardian, il leader indigeno ha dichiarato di essere disposto a rinunciare a una nuova candidatura per pacificare il paese, anche se avrebbe il diritto a correre per la presidenza. “Dicono no ad Evo. E allora io dico va bene, non c’è problema” ha dichiarato, mantenendosi però fermo nella decisione di ritornare in Bolivia.

Accordo tra tutti i partiti politici

L’approvazione della nuova legge elettorale è arrivata all’unanimità con un accordo tra tutti i partiti politici dopo una vera e propria maratona parlamentare dei due rami del Parlamento nella giornata di sabato 23.

Non viene ancora indicata una data precisa per le nuove consultazioni, ma si stabilisce che dovranno tenersi entro cinque mesi.

Per Eva Copa, presidente del Senato ed esponente del Mas, che detiene la maggioranza in entrambe le Camere, “siamo arrivati a un consenso molto chiaro, approvando la legge all’unanimità, e questo dimostra che, se si vuole lavorare insieme per davvero, si può.”

Il prossimo passo sarà la stesura del regolamento per eleggere un nuovo Tribunale Elettorale Supremo, che, sempre secondo >Noticias Fides, verrà discussa a partire da martedì 26 novembre. I precedenti membri, infatti, erano stati destituiti dallo stesso Morales all’annuncio di nuove elezioni e si trovano al momento in stato di arresto, accusati di aver manipolato i risultati elettorali.

Nel corso di un’intervista rilasciata alla Cnn venerdì notte, Luis Fernando Camacho, il rappresentante di destra dei comitati civici di Santa Cruz, non ha scartato la possibilità di presentarsi come candidato insieme a Marco Antonio Pumari, alla testa dei comitati della città di Potosì.

Una scelta non condivisa da una parte degli attivista che hanno animato le proteste. “Quando siamo scesi in piazza era perché non passasse la frode, e non per supportare nessun altro leader politico,” racconta a Inside Over una giovane professionista che ha partecipato fin dall’inizio alle proteste, “vorrei che alle prossime elezioni non si presentino candidati come Mesa o Camacho, perché la loro presenza genererebbe tensioni in chi si è mobilitato per la difesa di Morales. Siamo un popolo diverso e plurale.”

Morales accusato di sedizione e terrorismo

Secondo El Páis, il dibattito parlamentare ha anche però portato a una divisione nel gruppo parlamentare del Mas. Nonostante tutti i senatori abbiano votato a favore della legge elettorale, un gruppo del partito ha cercato di portare avanti anche un progetto di legge “contro la persecuzione che si esercita nei confronti di Morales e dei sindacalisti”. La maggioranza del Senato ha però votato per la sospensione di tale  provvedimento.

L’obiettivo del gruppo di fedelissimi era proteggere l’ex presidente e l’ex ministro degli interni, Juan Ramón Quintana, al momento entrambi rifugiati in Messico, dall’accusa di sedizione e terrorismo, formulata venerdì 22 nei suoi confronti. Il quotidiano La Razón  riporta che l’attuale ministro del Governo, Arturo Murillo, ha infatti presentato al Fiscale Generale la registrazione di una conversazione telefonica tra Morales e il ricercato per narcotraffico Faustino Yucra Yarwi, in cui si sarebbero coordinati i blocchi per lasciare senza somministrazione di alimenti le città del paese.

Morales ha sminuito le accuse come un vero e proprio “montaggio” a opera dei suoi oppositori.

Áñez ha però già anticipato che, anche in caso di approvazione di un simile disegno di legge, lei si rifiuterebbe di firmarlo. “La nuova Bolivia che vogliamo sarà un paese di giustizia, non di impunità,” ha dichiarato.

La fine dei blocchi

I primi spiragli di un ritorno alla normalità si erano aperti già sabato 23, quando un incontro tra il governo e le potenti federazioni di vicini di El Alto aveva portato a una tregua di 48 ore dei blocchi stradali che da vari giorni tenevano in scacco la città di La La Paz. 

Secondo la catena radiofonica Erbol, le autorità hanno accettato una modifica del Decreto 4078, che sollevava le forze armate impegnate in operazioni di ordine pubblico da ogni responsabilità penale, la sostituzione dei militari a guardia delle istituzioni pubbliche con la polizia, la garanzia che tutti i progetti iniziati sotto il precedente governo sarebbero stato portati a termine e che non verranno realizzate privatizzazioni.

L’accordo è stato confermato da una successiva riunione con il sindacato della Centrale Operaia Boliviana, che per anni ha rappresentato la spina dorsale dell’egemonia politica di Morales. L’esecutivo si è inoltre impegnato a creare una commissione congiunta per valutare la liberazione dei detenuti delle ultime settimane.

Al momento, dunque, gli unici blocchi ancora in corso sono quelli che portati avanti dalle organizzazioni dei contadini cocaleros nelle regione del Chapare.

Dopo un mese di proteste e duri scontri tra diverse fazioni, sembra quindi che in Bolivia si sia aperto uno spiraglio di pace.